A volte ritornano

Luca Benedetti, su mangialibri.it, completa la mia bibliografia recensendo Ho sognato che qualcuno mi amava, romanzo pubblicato nel 2005 nella collana Cromosoma y della Palomar e ormai fuori catalogo.
Ne approfitto mettere un toppa. Nella biografia riportata sulla bandella di Primo, colpevolmente, non si cita (per diverse ragioni, tutte sbagliate) il mio esordio.
Negli ultimi mesi molte persone mi hanno chiesto conto di questa omissione, facendomi scoprire che quel libro era stato amato più di quanto credessi.
Anche io lo amo. Per la sincerità di sentimenti, anche ingenui, che esprime. E perché, se Michele Trecca non lo avesse scelto per la sua bellissima collana, probabilmente avrei smesso di scrivere. Lui, oggi titolare della Ubik Foggia, è una delle persone a cui sarò per sempre riconoscente. E so di non essere l’unico.

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Federico Ligotti, su Luminol

Cotrona descrive con moret­tiano dis­in­canto e una levi­gata spi­etatezza alla O’Connor, l’imputridimento delle coscienze di più gen­er­azioni di ital­iani, quelle dei figli e, soprat­tutto, quelle dei padri, stra­volte dal rimorso. Lo fa con una scrit­tura densa, tra­boc­cante e sug­ges­tiva, dove il gusto bizan­tino dell’enumerazione si mit­iga con la lucidis­sima anal­isi sull’agonia di un’Italia malata.

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Che cos’è per voi la felicità?, di Roberta Paraggio (su Macondo)

Giordano Cieli è un bravo ragazzo. Lavora al Ministero (non si sa quale), ha una fidanzata tremendamente querula e infelice e abita a Malafede, quartiere residenziale alla periferia di Roma, panoramico e verdeggiante, ordinato e silenzioso, tutto quello che una giovane coppia può desiderare in questi tempi grami.

Giordano ha un solo cruccio, l’infelicità paterna,e, una domanda speciale. Per questo, ogni sera, prima di andare a letto accanto a Vittoria imbottita di chissà quale ansiolitico, si attacca alla rete di un certo Pitocco e chiede on line “Cos’è la felicità? “. E’ un ottimista dalle proporzioni smodate, uno che riesce a vedere la bellezza ovunque, uno che fa delle macchie di vino sul bicchiere un bicchiere mezzo pieno. Uno che crede fermamente nelle sue palazzine color albicocca, che respira l’odore di mura prive di umidità, che ascolta estasiato il vicinato rispettoso e sorridente, bambini che non piangono mai, che guarda con soddisfazione i marciapiedi puliti e le sparute cartacce provenienti sicuramente da un altro quartiere.

Nel suo personale pentatlon in difesa della felicità dimentica tutto, la ricerca, a tratti molto marcati, diviene spasmo disperato. Una mattina Giordano apre gli occhi e Vittoria non c’è più e il suo lavoro è a rischio, la crisi investe lo stupore del suo vivere, la paura serpeggia tra le mura sempre meno spesse di Malafede, quartiere modello, “nuova centralità” che muta in periferia degradata e grondante scontento.

Addio domeniche mano nella mano a comprare inutili orecchini, addio possibilità di una vita migliore, lontana dalla propria città di origine, incattivita dal sospetto e dalla paura. Lo spettro della diffidenza aleggia adesso anche a Malafede, e Giordano, ce la mette tutta per ricredersi, finge malori per testare l’efficienza dei soccorsi, vuole ancora crederci, desidera ancora crogiolarsi in quella felicità a portata di mutuo, foraggiata dalla spesa a buon mercato, messa in scena nei non luoghi cresciuti come funghi dopo la pioggia nelle periferie ex pasoliniane.

Ma l’incantesimo si è rotto, la possibilità di essere felici si è dissolta nell’infelicità di Vittoria, nelle sue pillole ingurgitate di nascosto, nell’apatia paterna frutto solo di un vecchio amore mai più ritrovato, nel non essersene accorti, nello sconcerto per l’impassibilità del quartiere che diventa vulnerabile.

Surreale e tragico, Maurizio Cotrona narra qualcosa che sa di vissuto reale, ci mette difronte alle aspettative che partono puntando in alto e che si ridimensionano di giorno in giorno, fino a scarnificarsi quasi del tutto, fino a svanire, fino a non aspettarsi più nulla, assuefatti ad una esistenza che non ci si aspettava, strattonati tra il desiderio e la possibilità di realizzarlo. Continue reading

Fabrizio Giangrande, su Scienzaonline

“Chi difende tutti difende se stesso, chi pensa solo a sé viene distrutto”. Akira Kurosawa interpretava in questa modo la dimensione sociale e collettiva della vita di ogni individuo nel suo capolavoro “I sette samurai”. Con la stessa frase si apre il nuovo romanzo di Maurizio Cotrona, dal titolo ”Malafede”, edito da Lantana e presentato al pubblico il 5 luglio presso la Libreria Mondadori di via del Pellegrino a Roma.

Il romanzo del giovane scrittore tarantino racconta le vicende di una giovane coppia, Giordano e Vittoria, trasferitasi dal Meridione a Roma, nella zona di Malafede, quartiere satellite della Capitale posto nell’estrema periferia a sud-est della metropoli.Le vicende dei protagonisti, amore e vita di coppia, sono trattati con intelligenza ed ironia, con particolare attenzione alle dinamiche psicologiche oggettivamente indissolubili con l’inizio della convivenza con la persona che si ama.

L’elemento ambientale rappresenta un carattere fondamentale all’interno del romanzo e non a caso la scelta del titolo, da parte dell’autore, è ricaduta sul nome del quartiere in cui la vicenda è ambientata.

L’autore sembra denunciare una tendenza che potremmo definire “socio-architettonica” delle nuove realtà metropolitane che si manifesta attraverso la costruzione di nuovi quartieri posti alle periferie delle grandi metropoli.Molto spesso si tratta di quartieri disegnati secondo perfette linee geometriche, abbelliti da curate aiuole, dotati di parcheggi e di altri servizi che per gli abitanti delle zone centrali delle caotiche  metropoli caotiche rappresentano quasi un sogno. Quartieri in cui ogni cosa è ideata e costruita per rispondere alla crescente esigenza degli individui di sicurezza, confort e normalità, bisogni sempre più sentiti in una società in cui la precarietà, non solo dal punto di vista occupazionale, ma anche dal punto di vista affettivo ed emozionale, è divenuta una costante. A queste esigenze piani urbanistici, architetti e imprese edili rispondono con quartieri come Malafede, dove è sempre possibile trovare parcheggio e dove di fronte alle finestre si trovano aiuole fiorite ma in cui la dimensione sociale e civile dell’individuo viene quasi del tutto trascurata. Quartieri freddi, asettici che spesso rappresentano una realtà ovattata, quartieri che esprimono un grande vuoto esistenziale in cui i rapporti personali sono anestetizzati e ridotti al minimo indispensabile.In questo contesto, in cui si sposa un modello di benessere e sicurezza sociale, il rischio, secondo l’autore, è quello dell’alienazione dell’individuo determinato dall’appiattimento dei rapporti umani e la conseguente solitudine della persona.Sono distanti queste nuove zone rispetto ai vecchi quartieri della città. Lontane non tanto geograficamente quanto emotivamente. La dimensione umana, nonostante le frenesie e le nevrosi della vita quotidiana della città, tenta di resistere, così come resiste una parvenza di responsabilità civile.Nei vecchi quartieri occorre far fronte a numerose difficoltà di ordine pratico. E’ questo un prezzo troppo elevato se il rischio è quello di vivere in città da “Truman Show”?   Continue reading

Ci vuole un po’ di “Malafede” come antidoto alla generazione TQ. Antonio Gurrado sul Foglio.

Sul Foglio in edicola oggi compare l’articolo Ci vuole un po’ di “Malafede” come antidoto alla generazione TQ, a firma di Antonio Gurrado.

Non mi preme smentire Gurrado. Lui presenta una sincera lettura del mio libro, un romanzo fatto di pesi e contrappesi e che si presta – di conseguenza – a diverse letture.

Mi preme esprimere la mia simpatia per la generazione TQ e per la loro impresa

Conosco personalmente almeno cinque aderenti al manifesto e li stimo umanamente e artisticamente. Sono convinto che se verrà scritto il grande romanzo italiano del XXI secolo, a farlo sarà Christian Raimo. Non ho risposto positivamente ad un suo esplicito invito ad aderire al manifesto di TQ non per ragioni di dissenso ma perché in questo periodo non ho tempo da offrire.

Il rischio del vittimismo e del rancore è sempre presente in ogni nuovo movimento. Sono convinto che TQ saprà rimanere lontano da questi territori.

Tra l’altro, Gurrrado, raggiunto da me per un chiarimento, sembra avere opinioni  non così distanti dalla mie. Mi scrive, infatti, che “in realtà Generazione TQ annovera degli ottimi scrittori (Vasta e Lagioia su tutti) e dei lettori sensibili (Alessandro Grazioli). Il problema è che io non riesco a organizzare le ferie con gli amici, figuriamoci aderire a un manifesto”.

Francesca Toticchi, su Via dei serpenti

Il secondo romanzo di Maurizio Cotrona è un vortice di 395 mila caratteri che ti fa naufragare nella «bella ampiezza di orizzonti immobili» di un quartiere con facciate color albicocca e tende da sole marrone un po’ smorto alla cui ombra «nessuno pretende di essere qualcosa di più di un essere umano qualsiasi». L’uomo che risale in superficie nell’illustrazione di copertina di Matteo Brogi è un sollievo e una boccata d’ossigeno: con lui riemergiamo anche noi, dalle profondità di un mare di «lagnosi cavalieri del nulla» incapaci di difendersi o immaginare spazi di possibilità.

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I blogger su Malafede

I blog rappresentano la nuova frontiera della discussione letteraria: spesso più spettinati, creativi, sinceri della carta stampata.
Anche su Malafede, le reazioni non sono mancate.
Su  Del mondo, Fabio Massi propone un audace paragone con il film Vanilla Sky (meglio l’originale “Apri gli occhi”, direi io) . Scrive che in Malafede il presente è fermo e immobile davanti a lui, proprio come accadeva a Tom Cruise durante i disturbi inconsci del suo sogno lucido, sembra quasi che Giordano non riesca a “lasciarsi vivere” perché è troppo preso a ragionare sui precari equilibri della sua relazione con Vittoria, sui comportamenti dei suoi colleghi di lavoro al Ministero ed in particolare di Matteo, il suo alter ego saggio che ha sempre la risposta giusta, sulla crisi economica che avanza e che azzera le speranze di una generazione, sulla vita piatta di suo padre che, rimasto vedovo, è ormai capace solo di parlare di “…calcio e di un nulla rivestito di buone maniere…”.
Su Musicaos Luciano Pagano si conferma uno dei lettori più acuti in circolazione, capace di cogliere dettagli ignoti all’autore stesso (!).  Scrive, ad esempio: le cose in “Malafede” vanno come vanno nella realtà. Giordano vuole andare da suo padre, compie questo viaggio che per Vittoria è come uno sparo a bruciapelo, saltando a piè pari il timore di lasciarla sola, incapace di tenere a bada le proprie crisi di panico. Questo passo egoistico segnerà la svolta del romanzo, in un precipizio incredibile e avvincente, fino al culmine – a dire il vero più di uno – inaspettato e coerentissimo . E anche: “Malafede” è un romanzo maturo, nel quale Cotrona dimostra di essere capace di descrivere la nostra realtà con una poeticità inaspettata; un libro nel quale le considerazioni sull’attuale stato del nostro paese sono speculari agli effetti sul carattere e sulle vite dei personaggi, svuotate di senso proprio per colpa di una realtà che ci circonda senza darci per un solo attimo l’impressione che potremmo fidarci di essa. Un libro che vale la pena di rileggere.
Letturepirata ci mette dentro la politica: Cotrona è un vero narratore, altroché quel politico mendace –nomen omen- peraltro suo corregionale… Vendola.
Sul suo blog, Stefano Donno sostiene che Malafede è un lavoro che si struttura per un meccanismo narrativo da alta “orologeria svizzera”. Dai silenzi alle diverse gradazioni emozionali dei personaggi che si agitano tra le pagine di questo lavoro, Cotrona riesce a farci capire come la felicità sia soprattutto una questione di elasticità e flessibilità che permette a ciascuno di noi di sopravvivere anche in forte carenza di ossigeno. Continue reading

Michele Trecca, su la Gazzetta del Mezzogiorno

Ci rendiamo conto dell’eresia, ma Malafede è come Davide contro Golia, e cioè Maurizio Cotrona contro Tolstoj secondo cui «tutte le famiglie felici si assomigliano» mentre quelle infelici lo sono ciascuna a modo suo. Da questa celebre affermazione, come un’unità aristotelica, deriva quella verità assoluta che dice: la felicità non si può raccontare, il dolore sì.
Maurizio Cotrona, invece, non crede che la felicità omologhi in una sorta di melassa da beoti, più o meno estatica o ideologicamente carica e, quindi, poco appetibile o malleabile per un narratore. La felicità – egli pensa – è una terra straniera che urge inventare, di modo che conoscendola possa diventare una meta più popolare di quanto non sia oggi, e perciò Maurizio Cotrona slancia alla sua conquista Giordano, il protagonista di Malafede, sicuro che questi con la sua Vittoria sarà felice in un modo suo del tutto diverso da quello di chiunque altro. Ci riuscirà?
Renzo per essere classe dirigente deve superare le forche caudine manzoniane della peste, della sommossa, della carestia e così via, più modestamente Giordano, anch’egli buono e onesto, per conquistare la felicità deve bonificare il proprio contesto familiare e, quindi, estirpare la gramigna della depressione del padre, più o meno catatonico davanti al televisore, arreso al futuro, senza speranza o vitalità alcuna, e la fragilità nervosa della sua compagna, sempre in bilico fra entusiasmo e disperazione. Non solo. Giordano, infatti, è persona colta e intelligente e perciò sa che tutta la nazione è avvitata su se stessa in rovinosa decadenza e che nessuno può essere davvero felice con un disastro sociale in corso. La felicità è, dunque, un’impresa da titani, come Davide contro Golia. Ci riuscirà Giordano, espressione quanto mai limpida di quella generazione di mezzo, la prima nella nostra storia senza la prospettiva di un miglioramento delle proprie condizioni di vita rispetto ai genitori?
Giordano e Vittoria vivono a Roma, nel quartiere residenziale di Malafede, zona sud. Lui precario in un ministero all’Eur, lei in uno studio di commercialista a quattrocento euro al mese. Sono originari di Taranto (come l’autore, trentottenne) e lei vuole tornare lì, non ce la fa proprio a reggere la battaglia di minuti e centesimi che impone una vita nella capitale nelle loro condizioni. Vittoria si sente sola e sperduta. Giordano si batte per la sua felicità e come il migliore dei Candidi possibili con acutezza di sguardo e puntigliosa grazia ogni volta separa il loglio della rabbia della sua donna, del pregiudizio e della frustrazione dalla miracolosa verità della bellezza della vita.
Quel che incanta e commuove nella scrittura di Maurizio Cotrona è la sua capacità di evocare con evidenza inconfutabile quell’inestricabile rete sotterranea di rapporti che come una sconosciuta forza di gravità tiene insieme gli esseri umani, al di là loro stessa consapevolezza o volontà. La felicità è un gioco di squadra e Giordano è convinto di poter vincere la partita con la formazione di Malafede, che per lui non è un quartiere, ma una comunità, peraltro di nuova fondazione e, quindi, con il vigore ancora intatto della giovinezza. Malafede è la terra promessa, nella quale radicare la fede nell’onnipotenza della socialità, Taranto la decadenza d’infondate autovalutazioni negative dei suoi stessi cittadini che poi si sono puntualmente inverate.
Renzo a Milano a causa della sua ingenuità viene scambiato per un untore e rischia grosso, Giordano è un profeta disarmato e, come tale, esposto al rischio d’incomprensione e follia. Maurizio Cotrona non fa alcuno sconto al suo eroe, lo mette duramente alla prova buttandolo in pasto a difficoltà come derisione e abbandono e soprattutto, la più grande di tutte, il lato buio che cova dentro di lui. Riuscirà Giordano a battere se stesso nella propria corsa alla felicità? Siamo noi, infatti, il gigante Golia che ci sbarra il cammino verso la felicità. Malafede ha quel dono raro di offrire al lettore un nuovo sguardo sulle cose. Continue reading

Filippo Bologna, su Repubblica Firenze

Nelle botti piccole c’ è il vino buono. Lo stesso vale per le case editrici. Si chiama Lantana e sgomita eroicamente nella mischia editoriale. Ma se le botti fossero vuote, resteremmo a bocca asciutta. E invece brindiamo con Malafede, che è il titolo del bel romanzo di Maurizio Cotrona, tarantino inurbato a Roma.

Malafede è un quartiere costruito lungo gli argini di un fosso, tra la Colombo e l’ Ostiense. E’ la che vivono Giordano e Vittoria, è là che cercano di sintonizzare i loro decoder sulle frequenze dell’ amore. Villette e panchine, alberi e strade, in rapporto aureo. Uno di quei non luoghi che trasformano gli abitanti in non uomini.

Cotrona installa al centro del romanzo una poderosa antenna, capace di captare e registrare ogni cosa con scientifica precisione, dal ronzio degli irrigatori al pianto sommesso dietro le pareti dei lotti. Un maniacale inventario del dolore, una commovente ricerca della felicità: un po’ Truman Show, un po’ Caro Diario (Scusi, ma perché siete venuti ad abitare qui a Casal Palocco?), Malafede è la palude dove si è inabissato il miracolo italiano. Continue reading

Il progetto della felicità, recensione di Elisabetta Liguori

“Cotrona racconta il lento avvicinarsi di una tempesta moderna e perfetta. Lo fa con grande efficacia, per passi microscopici. Inoltre, con la dignità di un uomo in pigiama, offre delle soluzioni possibili, a metà tra sogno e veglia. Solo gli altri possono salvarci, sembra voler dire, pur nei loro limiti. Bisogna avere il coraggio di guardarsi intorno, perché la felicità non è una finestra che guarda l’universo, ma un abbraccio che lo afferra e ne diventa parte.”

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Raffaello Ferrante, su Mangialibri.

Malafede è un quartiere costruito da Caltagirone tra le campagne di Roma e Ostia. Giordano e Vittoria sono una giovane coppia trasferitasi da Taranto per permettere a Giordano di svolgere le proprie mansioni di funzionario all’interno di un Ministero. A Malafede sembra esserci tutto ciò che una coppia con il futuro davanti può desiderare. Praticelli ben curati, educazione, bambini silenziosi, vicini mai invadenti. Sembra il luogo ideale per Giordano e la sua ostinata bramosia di felicità. Perché Giordano ha un cruccio, una missione o una semplice necessità. Ricercare la felicità. Più che per sé per chi gli sta accanto, sopratutto per sua moglie Vittoria e per suo padre rimasto vedovo e pensionato a Taranto. L’uomo imposta allora le sue giornate con una cadenza da metronomo tarato sul quel minimo indispensabile per non urtare mai la suscettibilità di sua moglie – viceversa sempre più in difficoltà con la gestione delle distanze da coprire per lavoro, del tempo che manca e che quando c’è è speso male dalla coppia, con un quartiere freddo, estraneo, deserto, lontano anni luce dal calore della sua Taranto e dei suoi sogni giovanili -, e la preoccupante chiusura in se stesso di suo padre. Così, quando Giordano dopo l’ennesima discussione decide senza il suo permesso di andare a trovare a Taranto il papà, Vittoria per la prima volta si impone di interrompere quella catena di posticcia sopravvivenza… Continue reading

Malafede, un romanzo sulla felicità. Recensione di Paolo Pegoraro.

Se c’è una parola oggi ancora capace di metterci in crisi è proprio quella: “felicità”. Colonna sonora dell’ottimismo anni Ottanta – chi non ricorda il tormentone di Al Bano e Romina Power? – la felicità pare essersi esaurita con il boom economico. Per evitare vuoti di governo emotivo, la si è subito rimpiazzata con un sinonimo meno impegnativo, il re fantoccio “benessere”. Dopo di che basta evitare accuratamente la fatale domanda (“Ma io, io sono felice?”). E tanti saluti ad Aristotele, all’eudamonia e a tutto il resto. Perché se il male è, per molti, forse l’ultima oscura certezza, cosa significa invece l’imprevedibilità dell’essere felici? e cosa implica desiderarlo, volerlo, osare perfino esserlo?
La domanda se l’è posta lo scrittore Maurizio Cotrona in un romanzo che sembra un ossimoro fin dal titolo – Malafede (Lantana, 2011, pp. 188, € 15) – e che invece è solo il nome di un confortevole quartiere di provincia, ancora fresco di costruzione e ribattezzato “Giardino di Roma”. A Malafede abita anche una giovane coppia, Giordano e Vittoria, originari di Taranto ma obbligati a stabilirsi nella capitale dal lavoro in ministero di lui. Il che ha naturalmente un prezzo: Giordano è costretto a stare lontano dal padre anziano e Vittoria, per recarsi nello studio dove svolge il suo praticantato, deve cambiare otto mezzi di trasporto all’andata e altrettanti al ritorno.

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Malafede prende 8,5 su XL

Da quanti anni non prendevo un 8,5?
È il voto attribuito da Filippo La Porta a Malafede sul numero in edicola di XL di Repubblica .

Di fianco la recensione.

Solo due precisazioni:
1. sono ancora un tenero trentasettenne;
2. l’autore del fondamentale L’autoreverse dell’esperienza  scrive che nel romanzo la comunità di Malafede appare fondata sull’ignorarsi reciproco. Chiarisco, per l’affetto che provo verso il quartiere, che questo fondamento deriva da un difetto dello sguardo del protagonista del libro. In realtà, nel cosiddetto quartiere Malafede esiste una comunità giovane ma già solida, composta in maggioranza da coppie giovani con figli, conquista ogni giorno la propria dignità affrontando gli sforzi di una vita quotidiana resa difficile dalla difettività dei principali servizi e combattendo una mala amministrazione che continua a negarle ciò cui ha legittimamente diritto e che paga abbondantemente con il duro lavoro.