LE FESTE DI COMPLEANNO DEI NOSTRI FIGLI NEL SECONDO DECENNIO DEGLI ANNI DUEMILA

Ho tre figli piccoli (di 2, 4 e 6 anni) e, dal 2013, mi tocca partecipare alle feste di compleanno a cui sono invitati, ad un ritmo di circa 3 al mese (meno spesso in estate).  Sono stato testimone di una settantina di feste, accumulando esperienza per scrivere con una certa cognizione di causa di questo momento essenziale di socializzazione di nostri bambini. Non solo, ho vissuto le feste di Roma e di Taranto, e posso persino avventurarmi in una differenziazione geografica.

Primo dato atteso: non si festeggia più in casa. Solo 1 dei 70 compleanni (arrotondo per comodità) è stato ospitato nell’abitazione del festeggiato. Esiste ormai un’industria diffusa sul territorio, fatta di strutture che tirano avanti anche organizzando feste: palestre, asili, ludoteche, parchi-gioco, gomma park. Il termine “industria” mi sembra il più appropriato, perché la straordinaria omogeneità di svolgimento che ho potuto verificare sembra proprio quella di un processo industriale estremamente rodato.

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LA VISIONE, OVVERO: UNA RECENSIONE DOPO SETTE PAGINE

La Visione (Vision) è un personaggio dei fumetti Marvel, creato da Roy Thomas (testi) e JohnBuscema (disegni) nel 1968. È un sintezoide, un umanoide dagli organi sintetici. Se parliamo di “androide”, usiamo una buona approssimazione e ci capiamo meglio.

Le sue avventure si svolgono su territori battuti molte volte nelle storie di androidi, da Pinocchio in poi. Visione sviluppa una capacita di pensiero autonomo, si ribella al suo creatore,  si innamora, soffre, piange, sbrocca. Per dirla in due parole, prova “sentimenti umani”, e il tema prevalente delle sue avventure è proprio la lotta per mantenere (o dimostrare) la propria umanità.

Le storie del genere più interessanti, per quel che mi riguarda, sono quelle in cui il tema viene ribaltato. Chi ha una visione materialistica della realtà considera anche i sentimenti umani come una reazione chimica estremamente  complessa, non meno  meccanica di quella che potrebbe sperimentare un robot. Un racconto di androidi è un buon laboratorio per ragionare non attorno alla domanda “gli androidi possono essere umani?”,  bensì su quella speculare: “non è che per caso gli umani sono androidi?”

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L’antico istinto del meraviglioso

Vi annoiate? Avete l’impressione che le cose attorno a voi girino sempre allo stesso modo e che le novità che ci arrivano addosso ogni giorno siano tanto numerose quanto insignificanti? Che la velocità a cui gira questo mondo non porti da nessuna parte?

Se la risposta è , allora la pensate come i protagonisti di Injection, fumetto scritto da Warren Ellis e illustrato da Declan Shalvey (pubblicato in Italia da SaldaPress).

Injection racconta la storia di cinque menti geniali, radunate da una struttura governativa per fare proiezioni sul futuro. I cinque raggiungono la medesima conclusione: dopo un picco di innovazione, la società sta per cadere in un lungo stallo. Il progresso si sta arrestando. Per risolvere il problema i geni danno vita ad una sofisticata intelligenza artificiale, la mescolano ad un pizzico di magia e la liberano nel XXI secolo con il compito di ridare sprint al futuro e rendere le cose più interessanti.

Appena venuta al mondo questa intelligenza si mette a rievocare la versione distorta di folletti e altre creature del folclore britannico e le scaglia contro i suoi creatori, per punirli del loro peccato. Quale peccato? Non aver capito che il mondo era già interessante così com’era.

Nel suo capolavoro Ortodossia, Chesterton scrive che “tutti amano le novelle meravigliose perché esse toccano la corda di un antico istinto del meraviglioso.” E ancora: “Queste novelle ci dicono che le mele erano d’oro solo per rinfrescarci la memoria svanita di quando ci accorgemmo che erano verdi. Scorrono fiumi di vino solo per ricordarci, in un attimo folle, che nei fiumi scorre l’acqua.” In un passo che non riesco a ritrovare, sostiene che ci affascinano le storie fantastiche di folletti e fate perché ci ricordano la meraviglia che abbiamo provato la prima volta che abbiamo visto un fiore. Sembra proprio questa la lezione che Warren Ellis ha mandato a memoria prima di mettersi a scrivere Injection, fumetto capace di ribaltare molti luoghi comuni della narrativa fantascientifica contemporanea gettando l’amo nel mare pescoso della tradizione.

Brunori Sas ha forgiato una lama affilatissima. A doppio taglio.

Te ne sei accorto sì, che parti per scalare le montagne, e poi ti fermi al primo ristorante e non ci pensi più.

La verità è che ti fa paura l’idea di scomparire e che non vuoi cambiare. Che non sai rinunciare a quelle quattro, cinque cose a cui non credi neanche più. 

Sono superficiale. In fondo sai lo sai anche tu che siamo figli delle stelle e della tv.

Ma tu mi parli ancora di pensione e di barconi pieni di africani come se fossero problemi tuoi, come se non c’avessi già i problemi miei.

Don Abbondio sono io affacciato alla finestra a guardare le macerie a contare quel che resta.

Certo non è bello quando guardo il mio castello in aria e penso che un castello sulla terra così bello non ci sta.

Hai notato l’uomo nero spesso dice che noi siamo troppo buoni e che a esser tolleranti poi si passa per coglioni.

Ma non ti sembra un miracolo che in mezzo a questo dolore e tutto questo rumore, a volte basta una canzone, anche una stupida canzone a ricordarti chi sei.

 

Quelli che ho riportato è un collage di versi pescati da “A casa tutto bene”, l’ultimo album del cantautore calabrese Brunori SAS.

È un album che mi ha spaccato in due, perché dentro ci ho trovato la voce del grillo parlante perfetta per me (e per quelli come me).

Chi sono io? Un bravo ragazzo nato negli anni settanta, che ha trovato un posto al riparo dalla bufera che spazza il paese. Che coltiva la propria buona coscienza affacciato alla finestra a guardare le macerie a contare quel che resta e che non sa rinunciare a quelle quattro, cinque cose a cui non crede neanche più.Le mie serie tv, un interazione virtuosa con i social media, un giochino sul cellulare, i miei libri (quelli scritti e quelli letti), l’ultimo album di Brunori SAS.

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A volte ritornano

Luca Benedetti, su mangialibri.it, completa la mia bibliografia recensendo Ho sognato che qualcuno mi amava, romanzo pubblicato nel 2005 nella collana Cromosoma y della Palomar e ormai fuori catalogo.
Ne approfitto mettere un toppa. Nella biografia riportata sulla bandella di Primo, colpevolmente, non si cita (per diverse ragioni, tutte sbagliate) il mio esordio.
Negli ultimi mesi molte persone mi hanno chiesto conto di questa omissione, facendomi scoprire che quel libro era stato amato più di quanto credessi.
Anche io lo amo. Per la sincerità di sentimenti, anche ingenui, che esprime. E perché, se Michele Trecca non lo avesse scelto per la sua bellissima collana, probabilmente avrei smesso di scrivere. Lui, oggi titolare della Ubik Foggia, è una delle persone a cui sarò per sempre riconoscente. E so di non essere l’unico.

Leggi la recensione

Fahrenheit

Lo scorso 20 agosto, il mio romanzo è stato libro del giorno della trasmissione Fahrenheit-Radio Tre. Potete riascoltare qui l’intervista: http://www.mauriziocotrona.it/video7.html .

Ora è possibile votare (e far votare) “Primo” come libro del mese di Fahrenheit mandando una mail a fahre@rai.it che abbia come oggetto “Libro del mese” e come testo: “Primo” di Maurizio Cotrona.

Non sarà facile, ma sarebbe bello farcela. Grazie!

Letteratura in HD

Un annetto fa, dopo aver letto il romanzo Molto forte, incredibilmente vicino di J. S. Foer, sono andato a cercare il DVD della trasposizione cinematografica, diretta da Stephen Daldry. Ho trovato il film più coinvolgente – più vicino – del libro e la cosa, da fanatico della parola scritta, mi ha scioccato. Ha spalancato nella mia testa degli interrogativi.

Mi ha fatto pensare ad alcune delle letture che più mi hanno appassionato negli ultimi anni. L’American Psycho di B.W. Ellis, D.F. Wallace (soprattutto Infinite Jest e Caro vecchio Neon ), Molto forte, Incredibilmente vicino di J. S. Foer, Il Peso della Grazia di Christian Raimo. Tutte queste hanno in comune una grande abilità dello narratore di utilizzare la narrazione in prima persona per riprodurre con una risoluzione impressionante lo sguardo/voce e – di conseguenza – l’interiorità del protagonista di turno. È tutta letteratura che ti fa vedere i personaggi come Incredibilmente Vicini. Letteratura in HD.

Foer mi accompagna nell’elaborazione del lutto del piccolo Oskar Schell raccontandomi i suoi pensieri, le sue razioni, le sue manie, volontarie e involontarie, con una precisione di dettagli superiore a quella con cui io conosco il mio stesso dolore o quello delle persone a me care. Costruisce una gigantografia 10:1 del bambino. Lo stesso fa Ellis con le ossessioni di Patrick Bateman, Wallace nei monologhi del ciccione dentro Infinite Jest, Raimo con la narrazione del tormento da abbandono che soffre il suo Giuseppe.

continua

Presentazione

GIOVEDÍ 5 GIUGNO – ORE 18.00

ACILIA LIBRI e MULTIMEDIA

via L. Antomelli, 6 – 00125 Acilia (ROMA)

Presentazione del libro di

MAURIZIO COTRONA

MALAFEDE

«Malafede, un romanzo necessario, aggrappato con le unghie al presente eppure anche lieve e inquietante come una profezia».

Marco Lodoli, la Repubblica

«Cotrona è talmente bravo a raccontare che quando si arriva per la prima volta a Malafede si ha la netta sensazione di un dejà vu».

Lauretta Colonnelli, Corriere della sera

«In Malafede avviene una metamorfosi dei sentimenti, del cuore – un suo diversificarsi – che è narrata con molta delicatezza ma anche con molta incisività. E questo fa il bello del libro».

Antonio De Benedetti, CultBook Continue reading

Sincerità e scrittura

Spesso rispondo “sincerità…”. Faccio seguire la parola dai puntini di sospensione, come se non avessi detto abbastanza, come se non avessi detto tutto. “Quando scrivo cerco la sincerità, quando leggo cerco la sincerità, una voce sincera”, dico.

D’accordo, facile. Ma cosa significa essere sinceri? Sinceri rispetto a cosa. La sincerità è necessaria, ma è anche sufficiente?

Le diverse ricostruzioni dell’etimologia della parola portano tutte a esiti simili. Sincero: senza maschera, senza impurità, senza contraffazioni. Il concetto di sincerità rimanda all’idea che ogni persona abbia dentro un nucleo che può essere considerato “la propria vera essenza”: una voce è sincera quando si sforza di esprimere senza filtri questo nucleo. La parola “sincerità” ha una sfumatura diversa dalla parola “autenticità” in quanto sottolinea l’intenzione di chi parla. Una persona non è sincera se dice la verità, ma se dice quella che crede essere la verità. La parola “sincerità” salva la buonafede di una voce e comprende la possibilità del falso. Per questo è una bella parola.

Nel mio lungo masticarla ho provato a sistemare le idee sul rapporto tra sincerità e scrittura in questo modo: si produce una buona scrittura quando si esplorano due dimensioni della sincerità: la profondità e la dinamicità. Continue reading

Un decalogo

In barba al relativismo, ecco 10 massime che mi sentirei di consegnare a mio figlio (anche se non saprei spiegare bene perché):

1. Se cedi a una provocazione – comunque vada dopo – il provocatore avrà vinto.

2. Non pretendere di conoscere bene te stesso, non accettare che qualcun altro pretenda di farlo.

3. Le idee, come l’acqua, possono essere chiare se non sono molto profonde.

4. Tratta con rispetto tutti, chiedi rispetto a tutti.

5. La ragione e il torto sono categorie sopravvalutate. Valuta maggiormente l’umiltà e la gratuità.

6. Forte è chi ha il coraggio non sembrarlo.

7. Spesso chi parla di buonismo teme la bontà. Nel dubbio, meglio essere buonisiti che cattivisti.

8. Cerca posti in cui coltivare la forma più pura della libertà: quella da se stessi. Io li ho trovati nei libri e nella preghiera.

9. La vergogna spesso è una consigliera migliore della paura.

10. Ogni buon decalogo deve contenere un tasto per l’autodistruzione. Cercalo, per poi poter decidere liberamente se farne uso.

10… 9… 8… 7… 6… Continue reading

Piccola avventura con i Piccoli Maestri

Se le strade della lettura fossero tutte spianate i Piccoli Maestri sarebbero una cosa bella ma non necessaria. Considero incoraggiante, quindi, che il mio esordio con i Piccoli Maestri sia stato in salita. Una sudata, letteralmente.

Ho portato L’Isola di Arturo, di Elsa Morante, in una terza media di Roma. Due alunni bisognosi di conferme hanno cercato di farsi belli di fronte ai compagni con i mezzi dell’esibizionismo e dell’impertinenza e il clima in classe ne è risultato compromesso, nonostante gli sforzi dell’insegnate a cui non ho nulla da rimproverare.

Il clou si è raggiunto quando un ragazzo mi ha gettato tra i piedi i fogli che avevo fatto fotocopiare (l’insegnante non se ne è neppure accorta e io ho abbozzato). La cosa più brutta è stata la sensazione che il libro in sé, come oggetto, fosse considero come un simbolo “conservatore”, come uno strumento del sistema che gli studenti rifiutano (una frase che ho orecchiato, ad esempio, è stata “io non leggo a casa mia mo devo stare a sentire questo qua che legge”).

Io mi sono sforzato di far sperimentare il libro come strumento di “libertà”. Come una fornace capace di riportare allo stato liquido la materia di cui siamo fatti, per poter attraversare le varie stagioni della vita senza perdere la capacità di rinnovarci. Ci ho messo un po’ a trovare un linguaggio in comune con loro e, probabilmente, non ero abbastanza attrezzato per creare la necessaria complicità, ammesso che questa fosse la strada giusta. Continue reading

Maledetto merketing

Grazie a mio figlio Matteo in questi giorni sto scoprendo, sulla soglia dei 40, Winnie the Pooh, personaggio del 1926.

L’invadente marketing di cui l’orsacchiotto è stato vittima negli ultimi decenni mi aveva reso, a priori, antipatico Winnie e mi aveva impedito l’’incontro con il talento di A. A. Milne. Roba, che Disney, a confronto, era un omino mediocre privo di sensibilità e fantasia.

La lezione è: guai a farsi condizionare dal marketing, in ogni senso. Povero me.

Essere papà in otto punti.

  1. La mia sindrome: il gomito del papà.
  2. Il mio cibo quotidiano: avanzi di pappa assortiti.
  3. Il mio riposo quotidiano: il mio riposo quotidiano?
  4. La parola più bella del vocabolario italiano: sì (o “tì”, come dice Matteo).
  5. Sogni proibiti: cinema, teatro, concerti (non ho nonni o zie in città).
  6. Sogni ammessi: mio figlio domattina si sveglierà alle 6:32 invece che alle 6:28.
  7. Momento di grazia: mio figlio indica una macchia giallognola dietro le nuvole serali e dice, per la prima volta, “luna”.
  8. Momento di disgrazia: mio figlio si sveglia alle 4:37 e decide che una nuova giornata è già cominciata.

[Posto un po’ di fatti miei, ma non è detto che non abbiano qualcosa a che fare con il prossimo romanzo.]

Non è un plagio

Un amico mi ha segnalato la silloge di un libro uscito lo scorso marzo per Einaudi (L’attimo in cui siamo felici, del mio corregionale Valerio Millefoglie).
Eccola.

Per riprendersi dalla scomparsa del padre, l’autore decide di verificare le proprietà terapeutiche della felicità. Distribuisce in bar, chiese, carceri, scuole, negozi, banche e supermercati migliaia di questionari in cui chiede di descrivere e cronometrare i momenti felici in una settimana qualsiasi. Ottiene molte risposte e inizia una serie di incontri che incantano per originalità e delicatezza. E alla fine riscaldano, consolano e, forse, un po’ aiutano a guarire dalla malinconia. Davvero.
«Ricerco la felicità. Non la mia. La tua.
M’interessano le felicità quotidiane: un caffè con un amico, una telefonata inaspettata, tornare a casa la sera, aprire il frigo e invece di un pomodoro trovarne due.
Ti fornirò di apposite schede su cui segnare i tuoi momenti di gioia. Al termine realizzerò un’intervista che diverrà una cartella clinica, a cui gli altri, in questo caso io, potranno attingere nei momenti di sconforto.»

Vi ricorda qualcosa? Per chi non lo sapesse, il mio romanzo Malafede (Lantana, 2011) racconta la storia di Giordano che –  scoprendo di avere un padre infelice – si impegna in una personale ricerca sulla felicità. Nel farlo spedisce a tutti i propri conoscenti la seguente e-mail:
Ciao, ti chiedo di dedicarmi un minuto. Mi racconti di un momento/giorno/periodo della tua vita in cui hai creduto di essere felice? So che il solo pronunciare la parola «felice» richiederebbe premesse e precisazioni da riempire libri. Per questo ci rinuncio, sperando che la parola evochi un qualche significato comune cui fare riferimento. Mi bastano poche righe, scritte con spontaneità. Una testimonianza. Direi che è meglio evitare eventi troppo singolari tipo: matrimoni, nascite, primi baci, battesimi, viaggi eccetera. Grazie grazie. Giordano

Giordano riceve molte risposte, eccetera eccetera.

Immaginare Taranto senza ILVA.

Lo scorso agosto Antonio Gurrado, de “Il Foglio”,  ha raggiunto me, Cosimo Argentina e Giuliano Pavone con alcune domande sul caso ILVA. Alla fine ne è venuto fuori questo articolo qui.

Ecco le domande e le mie risposte intergali.

Alcuni protestano contro la chiusura, altri sono a favore; è la rappresentazione classica dell’atteggiamento ambivalente dei tarantini? Si può azzardare un parallelo con la vicenda pirandelliana del calcio in altalena fra illusione e disillusione (una squadra che funziona, che non viene promossa per poco, che scatena festeggiamenti per un ripescaggio fasullo e che poi fallisce)? Continue reading

Premiazione senza di me

Il prossimo giovedì 19 luglio (all’interno della manifestazione “Scritture in Città”, alle ore 20:30 presso il parco Largo 2 giugno di Bari) i ragazzi di Puglialibre premiano il mio Malafede come romanzo dell’anno e io non potrò esserci per colpa del tipaccio nella foto.

Damn!

All’Arena Nuovo Sacher

Mercoledì 4 luglio alle ore 21,30 presso l’Arena Nuovo Sacher (Largo Ascianghi, 6 – Roma), all’interno della rassegna Bimbi belli, lettura di Michele Alhaique di un passo tratto da Malafede.

Sabato prossimo a Foggia

Sabato 9 giugno, alle ore  18:00 presso il Palazzetto dell’arte, presentrò Malafede  nell’ambito della premiazione del concorso giovanile di disegno e scrittura “Il mondo che vorrei”. Grazie alla libreria Ubik  e al Forum Giovani di Foggia.

Malafede su CultBook, il video

CultBook è la trasmissione di Rai Educational dedicata ai grandi libri, di ieri e di oggi, di cui è autore e conduttore Stas’ Gawronski. Intervengono l’autore, Antonio De Bendetti e Filippo La Porta.

«In Malafede avviene una metamorfosi dei sentimenti, del cuore – un suo diversificarsi – che è narrata con molta delicatezza ma anche con molta incisività. E questo fa il bello del libro». Antonio Debenedetti

Vedere la mia Vittoria interpretata da Vittoria Mezzogiorno fa una certa impressione!

 

 

Malafede su CultBook

La puntata di “CultBook”, in onda giovedì 24 maggio all’ 1.40 su Rai 3 e martedì 29 maggio alle ore 12.00 su RaiStoria affronterà il tema della “Pressione sociale e Libertà individuale”.
Newark, New Jersey: un padre modello vede andare in pezzi la sua vita e non capisce perché. Quartiere di Malafede, Roma, un ragazzo vive credendo di poter scansare ogni difficoltà e imprevisto. Parigi, Francia: nel 1914 un uomo viene sedotto dagli entusiasmi dell’entrata in guerra e parte volontario. Tre libri per una domanda bruciante: quanto siamo liberi di decidere del nostro destino e quanto questo è determinato dalla pressione sociale che subiamo ogni giorno? Una riflessione, dunque, che prende spunto dai libri di Gabriel Chevallier con la sua “Paura”, da “Malafede”, romanzo di Maurizio Cotrona e da Philip Roth con “Pastorale americana”.
 
«In Malafede avviene una metamorfosi dei sentimenti, del cuore – un suo diversificarsi – che è narrata con molta delicatezza ma anche con molta incisività. E questo fa il bello del libro». Antonio De Bendetti, CultBook

19 maggio a Mesagne

Il mio Malafede verrà presentato

Sabato 19 maggio alle ore 19,30

presso Lab Creation
Via Lucantonio Resta, 15 – Mesagne (Brindisi)

all’interno della rassegna “Una pagina tira l’altra” per Il maggio dei libri

Al TG Lazio, a due passi dalla felicità.

Potete vedermi QUI, a partire dal minuto 16:00.

Grazie all’autrice del servizio (Rossana Livolsi) e al suo cameraman il povero autore ha appreso di avere urgente bisogno di:

– pesanti sedute di ginnastica posturale (per la schiena)
– un fabbro (per le gambe)
– un corso di dizione;
– un bravo barbiere.

Federico Ligotti, su Luminol

Cotrona descrive con moret­tiano dis­in­canto e una levi­gata spi­etatezza alla O’Connor, l’imputridimento delle coscienze di più gen­er­azioni di ital­iani, quelle dei figli e, soprat­tutto, quelle dei padri, stra­volte dal rimorso. Lo fa con una scrit­tura densa, tra­boc­cante e sug­ges­tiva, dove il gusto bizan­tino dell’enumerazione si mit­iga con la lucidis­sima anal­isi sull’agonia di un’Italia malata.

Leggi tutto.

Premio

Malafede vince il Premio PugliaLibre 2011 nella categoria miglior romanzo.

Quello di Cotrona è un romanzo compiuto che, attraverso accenti grotteschi, riesce a esibire alcuni paradossi della nostra società, mediaticamente sovraesposta eppure superficiale, così come i limiti e i pericoli di ogni condotta individuale che non sappia farsi carico delle reali esigenze degli altri.

Non ho cercato questo premio. Sono stati i ragazzi di Puglialibre – onesti, appassionati, generosi  –  a cercare il libro. E così è ancora più bello.

 

Malafede, un fotoracconto

Fotoracconto di PAOLA PADULA dal romanzo “MALAFEDE” di MAURIZIO COTRONA ( Lantana Editore, 2011)
Ideazione – selezione tracce: MINO DI COMITE
Tracks: Milakia – Bomb the bass (ft. M. Gore)
Letters to the metro – Mogwai

7 dicembre, Malafede a Roma

Mercoledì 7 dicembre
alle ore 21,30
da Chiccen (via del Pigneto, 91-Roma)

presentazione del romanzo Malafede (Lantana editore), di Maurizio Cotrona

A parlarne insieme all’autore ci sarà Liborio Conca (giornalista deIl Mucchio Selvaggio e Blow Up) e Federico Cerminara (redattore di Bombacarta).

«Cotrona è talmente bravo a raccontare che quando si arriva per la prima volta a Malafede si ha la netta sensazione di un dejà vu». Lauretta Colonnelli, Corriere della sera

«Coraggioso romanzo di un 37enne tarantino che ruota intorno alla ricerca della felicità, ossessione del protagonista, travolto dalla liquidità delle cose». Filippo La Porta, XL la Repubblica

«Malafede, un romanzo necessario, aggrappato con le unghie al presente eppure anche lieve e inquietante come una profezia». Marco Lodoli, la Repubblica. Continue reading

Il 7 dicembre, a Roma.

Lantana quest’anno, dal 7 all’11 dicembre, sarà presente alla manifestazione Più libri più liberi che si tiene presso il Palazzo dei Congressi a Roma.

Nel post manifestazione, per chi avesse ancora voglia di libri, Malafede verrà presentato al Chiccen (Roma, via del Pigneto 91). Il 7 dicembre, alle 21,30. A presto per maggiori dettagli.

Che cos’è per voi la felicità?, di Roberta Paraggio (su Macondo)

Giordano Cieli è un bravo ragazzo. Lavora al Ministero (non si sa quale), ha una fidanzata tremendamente querula e infelice e abita a Malafede, quartiere residenziale alla periferia di Roma, panoramico e verdeggiante, ordinato e silenzioso, tutto quello che una giovane coppia può desiderare in questi tempi grami.

Giordano ha un solo cruccio, l’infelicità paterna,e, una domanda speciale. Per questo, ogni sera, prima di andare a letto accanto a Vittoria imbottita di chissà quale ansiolitico, si attacca alla rete di un certo Pitocco e chiede on line “Cos’è la felicità? “. E’ un ottimista dalle proporzioni smodate, uno che riesce a vedere la bellezza ovunque, uno che fa delle macchie di vino sul bicchiere un bicchiere mezzo pieno. Uno che crede fermamente nelle sue palazzine color albicocca, che respira l’odore di mura prive di umidità, che ascolta estasiato il vicinato rispettoso e sorridente, bambini che non piangono mai, che guarda con soddisfazione i marciapiedi puliti e le sparute cartacce provenienti sicuramente da un altro quartiere.

Nel suo personale pentatlon in difesa della felicità dimentica tutto, la ricerca, a tratti molto marcati, diviene spasmo disperato. Una mattina Giordano apre gli occhi e Vittoria non c’è più e il suo lavoro è a rischio, la crisi investe lo stupore del suo vivere, la paura serpeggia tra le mura sempre meno spesse di Malafede, quartiere modello, “nuova centralità” che muta in periferia degradata e grondante scontento.

Addio domeniche mano nella mano a comprare inutili orecchini, addio possibilità di una vita migliore, lontana dalla propria città di origine, incattivita dal sospetto e dalla paura. Lo spettro della diffidenza aleggia adesso anche a Malafede, e Giordano, ce la mette tutta per ricredersi, finge malori per testare l’efficienza dei soccorsi, vuole ancora crederci, desidera ancora crogiolarsi in quella felicità a portata di mutuo, foraggiata dalla spesa a buon mercato, messa in scena nei non luoghi cresciuti come funghi dopo la pioggia nelle periferie ex pasoliniane.

Ma l’incantesimo si è rotto, la possibilità di essere felici si è dissolta nell’infelicità di Vittoria, nelle sue pillole ingurgitate di nascosto, nell’apatia paterna frutto solo di un vecchio amore mai più ritrovato, nel non essersene accorti, nello sconcerto per l’impassibilità del quartiere che diventa vulnerabile.

Surreale e tragico, Maurizio Cotrona narra qualcosa che sa di vissuto reale, ci mette difronte alle aspettative che partono puntando in alto e che si ridimensionano di giorno in giorno, fino a scarnificarsi quasi del tutto, fino a svanire, fino a non aspettarsi più nulla, assuefatti ad una esistenza che non ci si aspettava, strattonati tra il desiderio e la possibilità di realizzarlo. Continue reading

Fabrizio Giangrande, su Scienzaonline

“Chi difende tutti difende se stesso, chi pensa solo a sé viene distrutto”. Akira Kurosawa interpretava in questa modo la dimensione sociale e collettiva della vita di ogni individuo nel suo capolavoro “I sette samurai”. Con la stessa frase si apre il nuovo romanzo di Maurizio Cotrona, dal titolo ”Malafede”, edito da Lantana e presentato al pubblico il 5 luglio presso la Libreria Mondadori di via del Pellegrino a Roma.

Il romanzo del giovane scrittore tarantino racconta le vicende di una giovane coppia, Giordano e Vittoria, trasferitasi dal Meridione a Roma, nella zona di Malafede, quartiere satellite della Capitale posto nell’estrema periferia a sud-est della metropoli.Le vicende dei protagonisti, amore e vita di coppia, sono trattati con intelligenza ed ironia, con particolare attenzione alle dinamiche psicologiche oggettivamente indissolubili con l’inizio della convivenza con la persona che si ama.

L’elemento ambientale rappresenta un carattere fondamentale all’interno del romanzo e non a caso la scelta del titolo, da parte dell’autore, è ricaduta sul nome del quartiere in cui la vicenda è ambientata.

L’autore sembra denunciare una tendenza che potremmo definire “socio-architettonica” delle nuove realtà metropolitane che si manifesta attraverso la costruzione di nuovi quartieri posti alle periferie delle grandi metropoli.Molto spesso si tratta di quartieri disegnati secondo perfette linee geometriche, abbelliti da curate aiuole, dotati di parcheggi e di altri servizi che per gli abitanti delle zone centrali delle caotiche  metropoli caotiche rappresentano quasi un sogno. Quartieri in cui ogni cosa è ideata e costruita per rispondere alla crescente esigenza degli individui di sicurezza, confort e normalità, bisogni sempre più sentiti in una società in cui la precarietà, non solo dal punto di vista occupazionale, ma anche dal punto di vista affettivo ed emozionale, è divenuta una costante. A queste esigenze piani urbanistici, architetti e imprese edili rispondono con quartieri come Malafede, dove è sempre possibile trovare parcheggio e dove di fronte alle finestre si trovano aiuole fiorite ma in cui la dimensione sociale e civile dell’individuo viene quasi del tutto trascurata. Quartieri freddi, asettici che spesso rappresentano una realtà ovattata, quartieri che esprimono un grande vuoto esistenziale in cui i rapporti personali sono anestetizzati e ridotti al minimo indispensabile.In questo contesto, in cui si sposa un modello di benessere e sicurezza sociale, il rischio, secondo l’autore, è quello dell’alienazione dell’individuo determinato dall’appiattimento dei rapporti umani e la conseguente solitudine della persona.Sono distanti queste nuove zone rispetto ai vecchi quartieri della città. Lontane non tanto geograficamente quanto emotivamente. La dimensione umana, nonostante le frenesie e le nevrosi della vita quotidiana della città, tenta di resistere, così come resiste una parvenza di responsabilità civile.Nei vecchi quartieri occorre far fronte a numerose difficoltà di ordine pratico. E’ questo un prezzo troppo elevato se il rischio è quello di vivere in città da “Truman Show”?   Continue reading

Domenica al Fanfulla

Domenica 9 ottobre – al Forte Fanfulla (via Fanfulla da Lodi 5, Roma) all’interno di Mal di libri –  parteciperò al seguente incontro (alle 17:00, nella sala Incontri):

Esordi felici: un’editrice racconta come nasce un libro attraverso due romanzi: Non ci lasceremo mai di Federica Tuzi e Malafede di Maurizio Cotrona. Con Federica Tuzi, Maurizio Cotrona e Alessandra Gambetti (Lantana editrice).

Ci vuole un po’ di “Malafede” come antidoto alla generazione TQ. Antonio Gurrado sul Foglio.

Sul Foglio in edicola oggi compare l’articolo Ci vuole un po’ di “Malafede” come antidoto alla generazione TQ, a firma di Antonio Gurrado.

Non mi preme smentire Gurrado. Lui presenta una sincera lettura del mio libro, un romanzo fatto di pesi e contrappesi e che si presta – di conseguenza – a diverse letture.

Mi preme esprimere la mia simpatia per la generazione TQ e per la loro impresa

Conosco personalmente almeno cinque aderenti al manifesto e li stimo umanamente e artisticamente. Sono convinto che se verrà scritto il grande romanzo italiano del XXI secolo, a farlo sarà Christian Raimo. Non ho risposto positivamente ad un suo esplicito invito ad aderire al manifesto di TQ non per ragioni di dissenso ma perché in questo periodo non ho tempo da offrire.

Il rischio del vittimismo e del rancore è sempre presente in ogni nuovo movimento. Sono convinto che TQ saprà rimanere lontano da questi territori.

Tra l’altro, Gurrrado, raggiunto da me per un chiarimento, sembra avere opinioni  non così distanti dalla mie. Mi scrive, infatti, che “in realtà Generazione TQ annovera degli ottimi scrittori (Vasta e Lagioia su tutti) e dei lettori sensibili (Alessandro Grazioli). Il problema è che io non riesco a organizzare le ferie con gli amici, figuriamoci aderire a un manifesto”.

Francesca Toticchi, su Via dei serpenti

Il secondo romanzo di Maurizio Cotrona è un vortice di 395 mila caratteri che ti fa naufragare nella «bella ampiezza di orizzonti immobili» di un quartiere con facciate color albicocca e tende da sole marrone un po’ smorto alla cui ombra «nessuno pretende di essere qualcosa di più di un essere umano qualsiasi». L’uomo che risale in superficie nell’illustrazione di copertina di Matteo Brogi è un sollievo e una boccata d’ossigeno: con lui riemergiamo anche noi, dalle profondità di un mare di «lagnosi cavalieri del nulla» incapaci di difendersi o immaginare spazi di possibilità.

Leggi la recensione

I blogger su Malafede

I blog rappresentano la nuova frontiera della discussione letteraria: spesso più spettinati, creativi, sinceri della carta stampata.
Anche su Malafede, le reazioni non sono mancate.
Su  Del mondo, Fabio Massi propone un audace paragone con il film Vanilla Sky (meglio l’originale “Apri gli occhi”, direi io) . Scrive che in Malafede il presente è fermo e immobile davanti a lui, proprio come accadeva a Tom Cruise durante i disturbi inconsci del suo sogno lucido, sembra quasi che Giordano non riesca a “lasciarsi vivere” perché è troppo preso a ragionare sui precari equilibri della sua relazione con Vittoria, sui comportamenti dei suoi colleghi di lavoro al Ministero ed in particolare di Matteo, il suo alter ego saggio che ha sempre la risposta giusta, sulla crisi economica che avanza e che azzera le speranze di una generazione, sulla vita piatta di suo padre che, rimasto vedovo, è ormai capace solo di parlare di “…calcio e di un nulla rivestito di buone maniere…”.
Su Musicaos Luciano Pagano si conferma uno dei lettori più acuti in circolazione, capace di cogliere dettagli ignoti all’autore stesso (!).  Scrive, ad esempio: le cose in “Malafede” vanno come vanno nella realtà. Giordano vuole andare da suo padre, compie questo viaggio che per Vittoria è come uno sparo a bruciapelo, saltando a piè pari il timore di lasciarla sola, incapace di tenere a bada le proprie crisi di panico. Questo passo egoistico segnerà la svolta del romanzo, in un precipizio incredibile e avvincente, fino al culmine – a dire il vero più di uno – inaspettato e coerentissimo . E anche: “Malafede” è un romanzo maturo, nel quale Cotrona dimostra di essere capace di descrivere la nostra realtà con una poeticità inaspettata; un libro nel quale le considerazioni sull’attuale stato del nostro paese sono speculari agli effetti sul carattere e sulle vite dei personaggi, svuotate di senso proprio per colpa di una realtà che ci circonda senza darci per un solo attimo l’impressione che potremmo fidarci di essa. Un libro che vale la pena di rileggere.
Letturepirata ci mette dentro la politica: Cotrona è un vero narratore, altroché quel politico mendace –nomen omen- peraltro suo corregionale… Vendola.
Sul suo blog, Stefano Donno sostiene che Malafede è un lavoro che si struttura per un meccanismo narrativo da alta “orologeria svizzera”. Dai silenzi alle diverse gradazioni emozionali dei personaggi che si agitano tra le pagine di questo lavoro, Cotrona riesce a farci capire come la felicità sia soprattutto una questione di elasticità e flessibilità che permette a ciascuno di noi di sopravvivere anche in forte carenza di ossigeno. Continue reading

Hereafter e Biutiful.

All’inizio del 2011 sono arrivati in Italia Hereafter e Biutiful, gli ultimi film – rispettivamente – di Clint Eastwood e Alejandro Gonzalez Inarritu. Casualmente, li ho recuperati in DVD e guardati nella stessa giornata, una settimana fa, e non ho potuto non notare la coincidenza: entrambe le pellicole raccontano il presente a partire dalla storia di medium, persone capaci di entrare in contatto con le anime dei morti.

La distanza tra i due film è detta dai volti dei due protagonisti, quello pulito ed armonico di Matt Damon e quello virile  e sgraziato di Javier Bardem. La bellezza “classica” del primo; quella “ruvida”del secondo.

Ma qui voglio concentrarmi sulle somiglianze. I film partono entrambi da un contesto storico ben determinato: lo tsunami thailandese del 2004 per Eastwood  e la Barcellona degli emarginati, schiacciati dalla crisi economica, per Inarritu.
Entrambi i film cercano di esplorare alcuni dei luoghi più drammatici del nostro presente attraverso delle storie tese ai confini del presente stesso. Delle storie vissute sulla soglia, capaci di spiare oltre l’estrema soglia.

Significa qualcosa, questa coincidenza? Quella di Inarritu e  Eastwood è una scelta di disperazione o di speranza? I due hanno voluto raccontare la resa del presente, oppure, la dimensione di un suo possibile compimento? Continue reading

Michele Trecca, su la Gazzetta del Mezzogiorno

Ci rendiamo conto dell’eresia, ma Malafede è come Davide contro Golia, e cioè Maurizio Cotrona contro Tolstoj secondo cui «tutte le famiglie felici si assomigliano» mentre quelle infelici lo sono ciascuna a modo suo. Da questa celebre affermazione, come un’unità aristotelica, deriva quella verità assoluta che dice: la felicità non si può raccontare, il dolore sì.
Maurizio Cotrona, invece, non crede che la felicità omologhi in una sorta di melassa da beoti, più o meno estatica o ideologicamente carica e, quindi, poco appetibile o malleabile per un narratore. La felicità – egli pensa – è una terra straniera che urge inventare, di modo che conoscendola possa diventare una meta più popolare di quanto non sia oggi, e perciò Maurizio Cotrona slancia alla sua conquista Giordano, il protagonista di Malafede, sicuro che questi con la sua Vittoria sarà felice in un modo suo del tutto diverso da quello di chiunque altro. Ci riuscirà?
Renzo per essere classe dirigente deve superare le forche caudine manzoniane della peste, della sommossa, della carestia e così via, più modestamente Giordano, anch’egli buono e onesto, per conquistare la felicità deve bonificare il proprio contesto familiare e, quindi, estirpare la gramigna della depressione del padre, più o meno catatonico davanti al televisore, arreso al futuro, senza speranza o vitalità alcuna, e la fragilità nervosa della sua compagna, sempre in bilico fra entusiasmo e disperazione. Non solo. Giordano, infatti, è persona colta e intelligente e perciò sa che tutta la nazione è avvitata su se stessa in rovinosa decadenza e che nessuno può essere davvero felice con un disastro sociale in corso. La felicità è, dunque, un’impresa da titani, come Davide contro Golia. Ci riuscirà Giordano, espressione quanto mai limpida di quella generazione di mezzo, la prima nella nostra storia senza la prospettiva di un miglioramento delle proprie condizioni di vita rispetto ai genitori?
Giordano e Vittoria vivono a Roma, nel quartiere residenziale di Malafede, zona sud. Lui precario in un ministero all’Eur, lei in uno studio di commercialista a quattrocento euro al mese. Sono originari di Taranto (come l’autore, trentottenne) e lei vuole tornare lì, non ce la fa proprio a reggere la battaglia di minuti e centesimi che impone una vita nella capitale nelle loro condizioni. Vittoria si sente sola e sperduta. Giordano si batte per la sua felicità e come il migliore dei Candidi possibili con acutezza di sguardo e puntigliosa grazia ogni volta separa il loglio della rabbia della sua donna, del pregiudizio e della frustrazione dalla miracolosa verità della bellezza della vita.
Quel che incanta e commuove nella scrittura di Maurizio Cotrona è la sua capacità di evocare con evidenza inconfutabile quell’inestricabile rete sotterranea di rapporti che come una sconosciuta forza di gravità tiene insieme gli esseri umani, al di là loro stessa consapevolezza o volontà. La felicità è un gioco di squadra e Giordano è convinto di poter vincere la partita con la formazione di Malafede, che per lui non è un quartiere, ma una comunità, peraltro di nuova fondazione e, quindi, con il vigore ancora intatto della giovinezza. Malafede è la terra promessa, nella quale radicare la fede nell’onnipotenza della socialità, Taranto la decadenza d’infondate autovalutazioni negative dei suoi stessi cittadini che poi si sono puntualmente inverate.
Renzo a Milano a causa della sua ingenuità viene scambiato per un untore e rischia grosso, Giordano è un profeta disarmato e, come tale, esposto al rischio d’incomprensione e follia. Maurizio Cotrona non fa alcuno sconto al suo eroe, lo mette duramente alla prova buttandolo in pasto a difficoltà come derisione e abbandono e soprattutto, la più grande di tutte, il lato buio che cova dentro di lui. Riuscirà Giordano a battere se stesso nella propria corsa alla felicità? Siamo noi, infatti, il gigante Golia che ci sbarra il cammino verso la felicità. Malafede ha quel dono raro di offrire al lettore un nuovo sguardo sulle cose. Continue reading

Mister disincanto

Lo scorso 24 agosto Filippo La Porta ha firmato sul Foglio il lungo articolo Mister disincanto (per il ciclo estivo Il mio nemico), citando il mio Malafede. Si tratta di un articolo molto molto bello (leggilo qui), in cui La Porta racconta la propria ostilità per il motto anderottiano “a pensar male degli altri si fa peccato ma spesso ci si indovina”, colpendo dritto al cuore il tema della “questione italiana”.

Riporto di seguito la pagina del romanzo citata nell’articolo:

Ricordo nitido. Una domenica pomeriggio del 1979, ventotto anni fa. Io ho otto anni, Giulio Andreotti ne ha sessanta. Io guardo la tv con gli occhi ben aperti, con le orecchie spalancate. Lui è dentro la tv, dall’altra parte dello schermo. Io, tutto occhi e tutto orecchie, guardo ancora la tv come fosse una specie di miracolo, la cosa migliore che questo mondo possa offrire. Frequento la terza elementare, è l’anno in cui si studiano l’Europa, l’Impero romano, le moltiplicazioni e le divisioni. Andreotti è presidente del Consiglio in carica per la quarta o quinta volta. Io sto su una poltrona del mio vecchio salotto in pelle nera, indosso una tuta di panno verde e porto le scarpe da ginnastica slacciate, lui è stretto dentro un gessato grigio, sta seduto su una poltrona bianca accanto a una bella donna. Bionda, forse è la Carrà ma non lo giurerei. Io sto muto, lui dice: «A pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca». Papà, in piedi alla mia destra, fa sì con la testa. Mamma, seduta alla mia sinistra, fa sì con la testa. La donna bionda fa sì con la testa. Io, diosanto, faccio sì con la testa.
Non posso sapere se Andreotti sia meritevole delle accuse di cui è bersaglio, anche se, a pensar male, dovrei proprio crederlo. Però so questo: le sue parole generano il male. Disprezzo Andreotti. Il suo motto ha contaminato il mio mondo.
Ventotto anni dopo. Oggi. Siamo nell’aprile del 2007 d.c. Per me il 2007 è l’anno in cui l’inverno si è fatto vedere appena, la cosa è dispiaciuta solo ai russi e ai rivenditori di piumini. Per tutti gli altri il 2007 è l’anno in cui in Italia le perturbazioni covate in decenni vissuti al di sopra dei nostri mezzi si sono messe a soffiare assieme, è in arrivo la tempesta perfetta. Il veleno di Andreotti ha raggiunto la sua massima diffusione, non si parla d’altro che di cospirazioni e delitti, di camorre e di crolli, di grilli, di colpe, di fallimenti, di oppressi e di caste. Tutti fanno a gara nel prevedere il peggio per evitare, almeno, la figura degli allocchi, ma io cerco di non farmi spaventare. Siamo senza condizionatore e il mio monolocale è esposto a sud: io temo soltanto l’estate rovente a cui andiamo incontro. Rovente come un forno.

Presentazioni estive.

Oggi parto per le vacanze… anche se con la testa ci sono già da un po’. Ne approfitterò per fare un paio di presentazioni in patria:

– il 17 agosto, alla città vecchia di Taranto, nell’ambito della manifestazione L’isola che vogliamo. Sarò affiancato dall’ottimo Giuliano Pavone e dalla truppa di Punto A Capo,

 – in 24 agosto, nel centro di Noci, alle ore 20:00, all’interno del programma di manifestazioni estive organizzato dall’Assessorato alla Cultura del Comune.

Cercherò di aggiornare location e orari mancanti. Chi può, venga a trovarmi.

Filippo Bologna, su Repubblica Firenze

Nelle botti piccole c’ è il vino buono. Lo stesso vale per le case editrici. Si chiama Lantana e sgomita eroicamente nella mischia editoriale. Ma se le botti fossero vuote, resteremmo a bocca asciutta. E invece brindiamo con Malafede, che è il titolo del bel romanzo di Maurizio Cotrona, tarantino inurbato a Roma.

Malafede è un quartiere costruito lungo gli argini di un fosso, tra la Colombo e l’ Ostiense. E’ la che vivono Giordano e Vittoria, è là che cercano di sintonizzare i loro decoder sulle frequenze dell’ amore. Villette e panchine, alberi e strade, in rapporto aureo. Uno di quei non luoghi che trasformano gli abitanti in non uomini.

Cotrona installa al centro del romanzo una poderosa antenna, capace di captare e registrare ogni cosa con scientifica precisione, dal ronzio degli irrigatori al pianto sommesso dietro le pareti dei lotti. Un maniacale inventario del dolore, una commovente ricerca della felicità: un po’ Truman Show, un po’ Caro Diario (Scusi, ma perché siete venuti ad abitare qui a Casal Palocco?), Malafede è la palude dove si è inabissato il miracolo italiano. Continue reading

Il progetto della felicità, recensione di Elisabetta Liguori

“Cotrona racconta il lento avvicinarsi di una tempesta moderna e perfetta. Lo fa con grande efficacia, per passi microscopici. Inoltre, con la dignità di un uomo in pigiama, offre delle soluzioni possibili, a metà tra sogno e veglia. Solo gli altri possono salvarci, sembra voler dire, pur nei loro limiti. Bisogna avere il coraggio di guardarsi intorno, perché la felicità non è una finestra che guarda l’universo, ma un abbraccio che lo afferra e ne diventa parte.”

Leggi la recensione.

Raffaello Ferrante, su Mangialibri.

Malafede è un quartiere costruito da Caltagirone tra le campagne di Roma e Ostia. Giordano e Vittoria sono una giovane coppia trasferitasi da Taranto per permettere a Giordano di svolgere le proprie mansioni di funzionario all’interno di un Ministero. A Malafede sembra esserci tutto ciò che una coppia con il futuro davanti può desiderare. Praticelli ben curati, educazione, bambini silenziosi, vicini mai invadenti. Sembra il luogo ideale per Giordano e la sua ostinata bramosia di felicità. Perché Giordano ha un cruccio, una missione o una semplice necessità. Ricercare la felicità. Più che per sé per chi gli sta accanto, sopratutto per sua moglie Vittoria e per suo padre rimasto vedovo e pensionato a Taranto. L’uomo imposta allora le sue giornate con una cadenza da metronomo tarato sul quel minimo indispensabile per non urtare mai la suscettibilità di sua moglie – viceversa sempre più in difficoltà con la gestione delle distanze da coprire per lavoro, del tempo che manca e che quando c’è è speso male dalla coppia, con un quartiere freddo, estraneo, deserto, lontano anni luce dal calore della sua Taranto e dei suoi sogni giovanili -, e la preoccupante chiusura in se stesso di suo padre. Così, quando Giordano dopo l’ennesima discussione decide senza il suo permesso di andare a trovare a Taranto il papà, Vittoria per la prima volta si impone di interrompere quella catena di posticcia sopravvivenza… Continue reading

Grazie per ieri.

Ieri ho presentato Malafede nel quartiere in cui è stato generato. Lo aspettavo da tanto questo incontro ed è andata come speravo. Non troppe persone ma l’atmosfera giusta. Era una cosa che bisognava fare: incontrarsi attorno a un tavolo, parlare delle nostre vite vissute insieme quasi senza accorgercene, scoprire i nomi e le voci delle presone con cui condividiamo bisogni e speranze quotidiane.

Ci siamo anche dati appuntamento per il bis… a ottobre. Grazie a Paolo Lucciola, perfetto, grazie a tutti. Viva.

Mercoledì Malafede torna a casa.

Mercoledì 13 luglio,  alle ore 19:00, presento il romanzo – con il blogger Paolo Lucciola – nel quartiere in cui è nato.  La presentazione è stata organizzata con la cartoleria/libreria Attakki d’arte e si terrà presso il bar La Bombonera in Via Paolo Stoppa 80 (Roma).

Cominciamo bene (RaiTre)

Questa mattina sono stato ospite del programma “Cominciamo bene”, su rai tre. Potete vedere qui la puntata (mi trovate a partire dal minuto 56).

Sono state felice di ritrovare una vecchia amica, Rosella Balestra del Comitato Donne per Taranto. Come ho detto, ritrovarci – dopo vent’anni – dentro uno studio rai e scoprirci così cambiati, è stato per me il segnale di un cambiamento di atteggiamento che molti tarantini stanno sperimentando negli ultimi anni rispetto alla propria città.

E sono stato contento di poter parlare anche dell’orgoglio dei giardinieri di Malafede…

(Aggiornamento: secondo i dati auditel ci hanno visto 1.027.000 spettatori… brivido!)

Malafede, un romanzo sulla felicità. Recensione di Paolo Pegoraro.

Se c’è una parola oggi ancora capace di metterci in crisi è proprio quella: “felicità”. Colonna sonora dell’ottimismo anni Ottanta – chi non ricorda il tormentone di Al Bano e Romina Power? – la felicità pare essersi esaurita con il boom economico. Per evitare vuoti di governo emotivo, la si è subito rimpiazzata con un sinonimo meno impegnativo, il re fantoccio “benessere”. Dopo di che basta evitare accuratamente la fatale domanda (“Ma io, io sono felice?”). E tanti saluti ad Aristotele, all’eudamonia e a tutto il resto. Perché se il male è, per molti, forse l’ultima oscura certezza, cosa significa invece l’imprevedibilità dell’essere felici? e cosa implica desiderarlo, volerlo, osare perfino esserlo?
La domanda se l’è posta lo scrittore Maurizio Cotrona in un romanzo che sembra un ossimoro fin dal titolo – Malafede (Lantana, 2011, pp. 188, € 15) – e che invece è solo il nome di un confortevole quartiere di provincia, ancora fresco di costruzione e ribattezzato “Giardino di Roma”. A Malafede abita anche una giovane coppia, Giordano e Vittoria, originari di Taranto ma obbligati a stabilirsi nella capitale dal lavoro in ministero di lui. Il che ha naturalmente un prezzo: Giordano è costretto a stare lontano dal padre anziano e Vittoria, per recarsi nello studio dove svolge il suo praticantato, deve cambiare otto mezzi di trasporto all’andata e altrettanti al ritorno.

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Retrobottega (4): alle origini di Malafede

Malafede è il mio secondo romanzo. Il primo, Ho sognato che qualcuno mi amava (2005), è un libro per molti versi immaturo ma capace di incontrare i lettori (che è ciò che conta di più). L’ho anche presentato in diverse scuole superiori. In una di queste presentazioni sono stato affrontato a muso duro da una diciassettenne, la quale mi ha contestato di aver scritto un romanzo triste, superficiale, incapace di cogliere le ragioni per cui una vita merita di essere vissuta. Mi ha pure consegnato una sua recensione (accanto), dove, tra le altre cose, scrive:

“Il protagonista è il tipico ragazzo ineducato di oggi, che non sa di esser una cosa grande soltanto perché esiste, perché è stato voluto e perché è capace, al contrario di tanti altri, di amare”

 “Quella di Cotrona è l’idea, forse, di descrivere in maniera profonda una realtà molto più complessa difficile e Bella di quella che lui ha cercato di idealizzare nel suo romanzo. Illude molte volte con la sua descrizione della sofferenza umana ma non arriva mai al fondo delle cose.

 “Ma può tutto questo essere dovuto a un non prendere totalmente sul serio la vita da parte dell’autore stesso? Al giorno d’oggi è possibile che nessuno si ricordi quanto era bello e allo stesso tempo troppo reale il mondo quando eravamo bambini? E tutte le domande che ci venivano in mente anche solo guardando il cielo stellato o il comportamento adulto? Nessuno punta più in alto, nessuno cerca la felicità.”

Io, lì per lì, mi sono difeso, ho difeso il libro. Ma le sue parole hanno lavorato dentro di me, sommandosi ai molti stimoli che mi hanno portato a scrivere Malafede. Malafede l’ho scritto anche per quella ragazzina.

Mariabruna, ci sei?

Com’è andata.

Allora:
le prime due presentazioni sono andate. Sono andate bene.

A Roma Rosella Postrino e Filippo La Porta sono stati diversamente super. Mi hanno fatto tre domande: alla prima ho risposto “sì”, alla seconda “no”, alla terza “qual è la domanda?”.
(Scherzo: ho parlato, ho parlato).
A proposito della foto… sono già tre le persone che mi hanno dato del “morettiano”. Altre due mi hanno dato del “chestertoniano”. Ma le due definizioni sono compatibili?

A Taranto presentazione azzoppata da un diluvio (a Taranto!) ma impreziosita da due splendidi foto-racconti di Paola Padula e Mino Di Comite (presto su questa rete).

Io sto cominciando forse a capirci qualcosa di questo libro.

Venerdì prossimo Malafede sarà libro del giorno a Fahrenheit, su radiotre. Ascoltatemi tra le 17:30 e le 18:00.

Malafede prende 8,5 su XL

Da quanti anni non prendevo un 8,5?
È il voto attribuito da Filippo La Porta a Malafede sul numero in edicola di XL di Repubblica .

Di fianco la recensione.

Solo due precisazioni:
1. sono ancora un tenero trentasettenne;
2. l’autore del fondamentale L’autoreverse dell’esperienza  scrive che nel romanzo la comunità di Malafede appare fondata sull’ignorarsi reciproco. Chiarisco, per l’affetto che provo verso il quartiere, che questo fondamento deriva da un difetto dello sguardo del protagonista del libro. In realtà, nel cosiddetto quartiere Malafede esiste una comunità giovane ma già solida, composta in maggioranza da coppie giovani con figli, conquista ogni giorno la propria dignità affrontando gli sforzi di una vita quotidiana resa difficile dalla difettività dei principali servizi e combattendo una mala amministrazione che continua a negarle ciò cui ha legittimamente diritto e che paga abbondantemente con il duro lavoro.

Arriva! Appello ai lettori (1)

Ci siamo. Il prossimo 2 giugno arriva nelle librerie il mio nuovo romanzo, Malafede (Lantana editore). È stata un gestazione lunghissima, ma il bimbo è bello, forte e sano. Ma è pur sempre un bambino.

Una parola: leggetelo.

Dopo, se vi è piaciuto, fate tutto il possibile per sostenerlo (e, nei prossimi giorni, proverò a dare una definizione di “tutto il possibile”).

Al seguente link un elenco di librerie per trovarlo a colpo sicuro: http://www.lantanaeditore.com/site/in-libreria/ . In ogni caso, il libro è distribuito con Messaggerie Libri, non dovreste avere difficoltà ad ordinarlo ovunque. Qui potete prenderlo on line: http://www.lantanaeditore.com/site/2011/malafede/

Per chi fosse  in zona: il 9 giugno lo presento a Roma (alle 19:00 allo spazio Fandango, via dei Prefetti 22) e l’11 a Taranto (da Gilgamesh, alle 19:00 in via Oberdan 45)

Staffe

Il mio presidente del consiglio è intervenuto in campagna elettorale accusando il candidato del centrosinistra alla guida del Comune di Milano di voler trasformare Milano in una “zingaropoli islamica”.
Ora, io riesco ad accettare molte cose, ma che il mio presidente del consiglio usi pubblicamente una identificazione etnica ed una identificazione religiosa in modo dispregiativo ma fa saltare le staffe.

È esattamente quello che si faceva contro gli ebrei a inizio secolo.
Mi aspetterei un qualche tipo di reazione da destra contro queste esternazioni. Da destra. Ci siete?

Contatto.

Ieri ho preso il libro tra le mani. Ho sfogliato le pagine, l’ho accarezzato. Lui ha ricambiato il mio affetto con la sua carta porosa, con i colori pastello della copertina, mi ha mostrato il suo cuore blu mare. È durata per un paio di minuti. Poi mi ha guardato e mi ha detto: io devo andare lì fuori.

Vai.

Retrobottega (3): l’attesa del libro.

Il libro non è ancora arrivato nelle librerie ma già esiste, domani vado in casa editrice a perdere qualche copia. Sarà bello averlo tra le mani, è un momento per cui ho lavorato tanto. Per cui abbiamo lavorato tanto.

Sarà bello, ma non sarà “molto” bello. Non è per il libro che ho faticato. Ho faticato nella speranza di intrufolarmi nelle vostre camere da letto, di sistemarmi sui vostri comodini e incontrarvi nella penombra di una stanza illuminata solo da un’ abatjour.

Retrobottega (2): la soglia delle 200 pagine.

Confesso un piccolo trauma: la vorace gabbia di Lantana (pagine grandi, margini stretti) tiene il libro sotto la soglia delle 200 pagine.

È una scemenza, ok, ma c’è un bambino dentro la mia testa che sente di aver subito un’ingiustizia!

Ad esempio. In questo periodo sto leggendo Manituana dei Wu Ming (Einaudi Stile Libero): 608 pagine. Siccome il libro è scaricabile in rete so che conta 809.504 caratteri per una media di 1332 caratteri a pagina.
Malafede conta 395.000 caratteri, distribuiti su 190 pagine: 2078 caratteri per pagina!
Fosse un libro Einaudi Stile Libero svilupperebbe ben 296 pagine, chiaroooooo!

Ora che il bambino si è sfogato, riprendiamo a pensare alle cose serie. Continue reading

Retrobottega (1): il tarantino stremato.

Un po’ di retrobottega del lavoro sul romanzo, altrimenti questo blog che esiste a fare?

Oramai siamo alle limature. Giovedì scorso mi sono incontrato per un paio d’ore con l’opportunamente scrupolosa redattrice di Lantana, Carmen Maffione (Lantana è un covo di angeli, sapete?).
Abbiamo parlato soprattutto di noiose questioni redazionali (trattini, virgolette, impaginazione) ma non è mancato qualche confronto su rilevanti sfumature di senso.

Ad esempio, ad un certo punto nel romanzo c’era scritto:
“Se siete capitati a Taranto nella primavera del 2007, avrete scoperto che è impossibile fermarsi su una panchina o bere un caffè in un bar senza ascoltare la lunga storia delle disgrazie che stanno umiliando l’onore già straccio della città. Un tarantino vero non riesce più a stare venti minuti con un forestiero senza raccontargli, con un’enfasi prossima all’orgoglio, tutto il marcio – un marcio da record! – che devasta la città, ci hanno fatto un’intera stagione di Report: la peggiore bancarotta di un ente municipale della storia della repubblica italiana, un debito pubblico di 6… 7… 8… 900 milioni euro [… – segue elenco di disgrazie].
Messo davanti ad una interminabile percussione di cattive notizie, al singolo tarantino non resta altro che alzare bandiera bianca e arrangiarsi come può.”
 
Carmen mi fa notare che quel “messo davanti” è imperfetto, perché inverte i ruoli del tarantino e dell’interlocutore forestiero: è il forestiero che è messo davanti alla percussione di cattive notizie, non il tarantino. Ma io ho bisogno che sia il tarantino ad alzare bandiera bianca.
Per risolvere il problema senza sconvolgere il testo, abbiamo adottato la soluzione di sganciare l’avvio della frase dal dialogo immaginario, tipo: “sfinito dalla interminabile percussione di cattive notizie, al singolo tarantino non resta altro che alzare bandiera bianca e arrangiarsi come può.”

Quindi ci siamo applicati all’individuazione del verbo migliore per reggere la frase. Ci siamo entusiasmati per un “mitragliato”, che ben si legava con la “percussione”, poi bocciato perché una  mitragliata uccide, è il nostro tarantino deve rimanere vivo e alzare bandiera bianca.

Soluzione finale: “Stremato dalla interminabile percussione di cattive notizie, al singolo tarantino non resta altro che alzare bandiera bianca e arrangiarsi come può.” Continue reading

An exceptionnally mature novel

Il contratto è firmato. L’uscita è programmata per fine maggio. Nel frattempo, siccome Lantana è avanti, ci offriamo agli editori internazionali. E’ un modo per scoprire che Malafede è un exceptionnally mature novel in which his generation’s thirst for comfort is acutely revealed.

A, con l’occasione la copertina è svelata. Di fianco. Disegno originale di Matteo Brogi, progetto grafico di Raffaella Ottaviani.

Me lo compri, papà? NO.

Da un paio di mesi sono vittima di una vistosa deformazione parentale. Si tratta di una certa ansia da prestazione relativamente alla mia capacità di essere un buon padre. Basta comportarsi con naturalezza, direte (e dico anch’io). Ma anche la naturalezza va allenata (la Pellegrini nuota con molta più naturalezza di me, per dire).
Comunque, ho le antenne ben drizzate su certi temi e consiglio a tutti i papà in ascolto questo articolo qui, di Massimo Recalcati
L’essenza dei buoni propositi che mi ha ispirato?
1. Devo imparare a dire dei NO. Cito. Il disagio della giovinezza prodotto dal discorso del capitalista è un disagio legato a un effetto di intasamento e di intossicazione generato dall’eccesso di godimento e dal declino della funzione simbolica della castrazione. […] il problema dell’attuale disagio della giovinezza non sia tanto quello del conflitto tra il programma della pulsione e quello della Civiltà, tra l’immaginazione del desiderio e il peso opprimente della realtà, tra le ragioni dei figli e quelle dei padri, ma di come accedere all’esperienza del desiderio.
Questa difficoltà di accesso al desiderio […]  ha anche molto a che fare con un’assenza di adulti, con una caduta della differenza generazionale e della responsabilità che essa comporta.
È il doppio compito della funzione paterna. Essere chiamati a introdurre un «No!» che sia davvero un «No!» (un mio paziente tossicomane si lamentava di non aver mai incontrato un «No!» di questo genere) e, al tempo stesso, saper incarnare un desiderio vitale e capace di realizzazione.
2. Devo dare a mio figlio una testimonianza di felicità, di cura per me stesso. Un errore da evitare è addossare su di lui la ricerca della mia felicità. È il problema della trasmissione: una generazione deve donare all’altra, insieme al senso del limite, la possibilità dell’avvenire, il desiderio come fede nell’avvenire.

Sul nucleare.

Ma ammettiamo pure che, a costo di un investimento ingentissimo, costante, perenne, sia possibile contenere i rischi di una centrale nucleare entro limiti accettabili… chi mi dice che in Italia tra 50-100-200 anni ci sarà un regime politico in grado di sostenere un investimento del genere? O che abbia la volontà di farlo?

Dal dopoguerra ci siamo abituati ad una relativa stabilità democratica, ma la storia insegna che gli smottamenti sono dietro l’angolo. Immaginate se, oggi, esistesse una centrale nucleare sul territorio libico. O se un nemico qualsiasi si mettesse a bombardare le nostre (ipotetiche) centrali. Io penso che delle “cose” in grado di produrre danni così gravi per un periodo così lungo (si parla di millenni) non dovrebbe venire al mondo. È un tema che andrebbe posto a livello di Nazioni Unite.

Regola base di una narrazione: se in una storia appare una pistola, quella pistola, prima o dopo …

Aggiornamenti e un gioco

Domenica prossima (13 marzo) Lantana si presenta al pubblico con un reading al Nuovo Sacher di Roma.

Nel frattempo stiamo lavorando per rifinire l’allestimento del romanzo (copertina, bandelle, stralci, bio) e sono molto contento di quello che sta venendo fuori… Accanto un mini-dettaglio della copertina (il disegno è di Matteo Brogi). Ne pubblicherò presto altri. Il gioco è: indovinate qual è il soggetto?

50 pagine.

Qualche settimana fa, in un mercatino del libro usato, mi sono trovato davanti agli occhi una bella edizione Einaudi de L’urlo e il furore (titolo originale The Sound and the Fury) dello statunitense William Faulkner e non mi sono fatto sfuggire l’occasione. Il libro mi era stato calorosamente raccomandato da almeno cinque persone diverse, tutti lettori duri del cui giudizio tendo a fidarmi.
Mi sono accostato alla lettura concedendo ampio credito a quello che mi si presentava come un classico a botta sicura. Pagina dopo pagina, però, il credito è andato consumandosi fino a esaurirsi del tutto. Il libro non mi ha coinvolto in alcun modo: non uno spunto narrativo di interesse, non una descrizione memorabile, non un personaggio a cui affezionarmi. Continuavo ad imbattermi nelle voci dei fratelli Compson, Benjy, Quentin, Caddy e Dilsey, senza riuscire a distinguerli e in ogni foglio era come incontrarli per la prima volta.
Morale: a pagina cinquanta ho mollato il libro. Solo un paio di anni fa l’autorevolezza del grande classico mi avrebbe trascinato in fondo al romanzo, il senso di colpa circa la mia inadeguatezza come lettore avrebbe prevalso sulla totale assenza di interesse… ma oggi non più. Cinquanta pagine è il mio limite: se in cinquanta pagine il libro non mi ha agganciato in alcun modo, passo al successivo. È una tara che ho voluto fissare anche per rispetto verso tutti gli altri libri del mondo che stanno lì fuori ad aspettare.
Sbaglio? Corro un alto rischio di perdermi qualcosa di bello o cinquanta pagine sono un numero sufficiente per elaborare un giudizio attendibile? Continue reading

Ho sognato graffiti.

Ancora in tema di revival di Ho sognato che qualcuna mi amava. Ho già travasato qui alcune recensioni. Ora passo a  commenti ricevuti dai lettori, a cui tengo non meno. Di seguito.
L’immagine accanto è di Ezia Mitolo.
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Ho letto il tuo libro tutto d’un fiato. Bello! Quando poi mi sono accorta che sul retro del tuo volume ci stava anche un indirizzo mail cui far riferimento, non ci ho pensato su due volte e ho preso a scrivere la mail che stai leggendo. Quando una mia amica mi ha regalato una copia del tuo libro, in occasione del mio compleanno, con tanto di dedica impressa sulla prima pagina, ho pensato che già il titolo la diceva lunga sul suo contenuto: Ho sognato che qualcuno mi amava. Mah… ho pensato, la mia amica non è molto romantica eppure ha scelto un titolo che incentra (credo) il suo argomento sul valore dei sentimenti. Un pò per curiosità, un pò perchè sono un’inguaribile amante dei buoni sentimenti di qualsiasi natura essi siano, mi sono accinta a leggerlo già prevenuta. Tutti abbiamo bisogno di amore e sognare che qualcuno ci ami mentre accarezziamo l’idea del sogno e della realtà, ci riempie di speranze e di emozioni nuove che a volte dimentichiamo. Essere amati quando pensiamo di trovarci in una situazione onirica rimanda la mente a quanto l’essere umano sia fragile e desideri sempre certezze per vivere. Ciò poi riuscirebbe a far desiderare amore anche chi di amore è già colmo. Ho letto il tuo libro, mentre i sentimenti sembrano essere un velo trasparente ma  tangibile per la mia pelle e i miei pori più intimi, che mi accompagna in ogni dove vada e qualunque cosa faccia. Lettura che spalanca però anche il pensiero della malattia della morte e della perdita, assolutamente tristi ma affrontati non con banalità, ma con consapevolezza che tutto prima o poi può mutare. Sentimento di ravvedersi per  un comportamento ormai assunto “per principio”, avvicinarsi al proprio errore e capire di avere sbagliato per chiedere scusa, fanno parte della natura di ognuno, ma forse per paura si preferisce tacere e andare avanti fino a quando un avvenimento talmente forte e prorompente, ci fa cambiare pensiero e direzione. Amare significa essere vivi e te attraverso una terminologia spicciola, propria dei nostri tempi, lo hai espresso magnificamente. Volume il tuo, semplice da gestire e da leggere, credo che arriverà dritto dove vuoi arrivare. Persino ora, scusami, mi sono dilungata nel dirti la mia in merito al tuo scritto. Sono di quelle che amano sprofondare nelle pagine di un libro perchè credo che dietro una copertina ci sia un mondo che va esplorato e resta incontaminato per sempre. Nessuna tecnologia di sorta può cancellare il valore della lettura. Non sono scontata o banale. Ciao. Ti auguro ogni fortuna. 
Antonella Citro Continue reading

Ho sognato che qualcuno mi amava

Nel 2005 ho pubblicato il romanzo Ho sognato che qualcuno mi amava, nella collana diretta da Michele Trecca (Palomar, Cromosoma y). Al romanzo era dedicato un sito web (hosognato.it) che ora è scomparso nei meandri della rete  (e poi dicono che dal web non si cancella mai nulla!).

Cerco di salvarne parzialmente i contenuti travasandoli su questo blog. Comincio con alcune recensioni dell’epoca, che trovate di seguito.


Una generazione ha trovato il suo romanzo
di Carmen Spinesi – Corriere dell’Umbria

“Non ti veniva chiesto di essere gentile, non ti veniva chiesto di essere divertente, non ti veniva chiesto di essere interessante, perciò tu non eri gentile, divertente, interessante. Non serviva”. Sono loro i protagonisti del sorprendente romanzo di esordio di Maurizio Cotrona, Ho sognato che qualcuno mi amava: i nati negli anni settanta, i figli dei protagonisti del boom economico italiano. I figli del benessere, della carne tutti i giorni. I figli, sempre più spesso unici (o quasi), cresciuti al suono di “il mio bambino deve avere tutto quello che non ho avuto io”. I figli che nella vita viaggiato e studiato. I figli più alti dei propri padri, i figli vestiti bene, che hanno lasciato la strada per la Tv. I figli che non hanno mai avuto bisogno di nulla, che non conoscono la fame, il sacrificio, la lotta e che oggi si ritrovano a vivere uno squilibrio drammatico tra la durezza di un mondo che non li accoglie e la morbidezza della loro pelle da eterni bambini.

Partendo dalla dimensione intima dei suoi diversi protagonisti il romanzo riesce a dar voce ad una generazione che vive in modo amplificato le tensioni connesse alla natura umana e ai suoi limiti. Una generazione apparentemente inadeguata, condannata a scegliere tra una profondità dolorosa e una superficialità annichilente. Ho sognato che qualcuno mi amava è un libro formidabile perché – senza mai adagiarsi su un toni pessimistici – riesce a restituire dignità alla fragilità e alla paura, regalandoci l’immagine di una gioventù che possiede ancora il coraggio di guardare in faccia il dolore e la capacità di nutrirsi dei propri limiti, per scoprire che soltanto dal riconoscimento di un bisogno può nascere la sua soddisfazione. Solo dallo smascheramento del sogno laccato, tutto occidentale, di un mondo perfetto può nascere una adeguata considerazione di ciò che si è, nel midollo. Perché il vero inferno non è quello di fiamme, ma è quello di pietra che si vive tutti i giorni quando abbiamo deciso di non vivere più, di vivere una non vita: una vita che celebra il “fuori di sé”, rinnegando l’infinito o il mistero che portiamo dentro.

Il romanzo – scritto con uno stile sobrio ma capace di una poesia dalla metrica larghissima, in cui le parole sono lunghe pagine e i versi sono capitoli – stigmatizza la deriva contemporanea che riduce tutta la realtà alla sua superficie e tutto il tempo al presente. E lo fa muovendosi sapientemente tra gli opposti: l’uomo e il mondo, l’ora e l’eternità, il dentro e il fuori, estremi che danno corpo ad un coro di voci armoniche ma ben distinte, che muovono il romanzo con il passo di una sinfonia.

Ma la scommessa più ambiziosa che l’autore riesce a vincere è quella di dar vita allo spirito di una generazione senza ricorrere a nessun giovanilismo di maniera: nelle sue pagine non ci sono i gruppi rock preferiti, non ci sono le mode, non c’è il gergo da branco, non c’è l’impeto autodistruttivo che caratterizza molta narrativa recente. Ci sono solo loro: i giovani di oggi, ridotti all’osso, presentati nella dimensione essenziale di esseri viventi che soffrono e sperano, portentosi amplificatori di un disagio e di un capacità di amare antichi quanto il mondo. E se il romanzo parla di solitudine, di difficoltà nello stabilire relazioni con gli altri e con le cose, perfino di morte, appare scritto perché alla fine prevalga un complesso senso di pienezza, grazia e generosità, riuscendo nell’impresa di imporre un senso altissimo ad una parola a cui, ormai, facciamo fatica a dare una connotazione positiva: “uomo”.

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Tekkonkinkreet

Bianco, al fratello Nero: “se parli male degli altri ti si secca il cuore”.

Tekkonkinkreet – Soli contro tutti è un anime del 2006, diretto dall’americano giapponese d’adozione Michael Arias, uno dei produttori di Animatrix . Il soggetto è tratto dall’omonimo manga di Taiyo Matsumoto, conosciuto anche con il titolo Black and White (Kuro to Shiro).

 Da non perdere.

L’eroe dei due mari

Il romanzo L’eroe dei due mari di Giuliano Pavone (Marsilio, 2010) è arrivato nelle librerie preceduto da un fitto tam tam sulla rete. Ne conoscevamo già lo scheletro narrativo: l’eroe del titolo è un religiosissimo campione brasiliano il quale, per sciogliere un voto, decide di lasciare la sua squadra e andare a giocare un anno nel Taranto.  Avevamo già assaggiato la comicità di cui Pavone è capace attorno al calcio made in Jonio. Avevamo già letto commenti su di un umorismo dal sapore della commedia all’italiana.
Come succede nei casi in cui ci si avvicina a testi molto annunciati e molto attesi, mi sono accostato alla lettura condizionato da aspettative precise:  chiedevo al libro 1) di farmi vivere il sogno che ha abitato le notti di ogni tarantino maschio contemporaneo (il Taranto in serie A), 2) di farmi assaporare il gusto dolciastro della nostalgia di casa che ogni emigrato conosce, 3) di farmi ridere.
SOGNO + NOSTALGIA + COMICITÀ: aspettative alte, dunque. Ma l’aspettativa più grande era un’altra ancora: questo libro sarà in grado di sorprendermi? La risposta è: sì, il libro mi ha sorpreso. E la sorpresa è venuta dalla scelta di Pavone di mettere da parte gli intenti strettamente comici, presenti ma relegati al ruolo di intramuscolo seminate qui e lì, e fare sul serio.
Ma che cos’è L’eroe dei due mari?
Il rischio che Pavone ha corso è stato quello di scrivere un lungo What if…? Traducibile in “Cosa sarebbe successo se…”  I lettori dei fumetti Marvel mi capiscono.  Sono storie in cui si prova a fantasticare su come andrebbero le cose se accadesse un fatto alternativo rispetto a un percorso già tracciato. What if Uncle Ben had Lived? (Cosa sarebbe successo se lo zio Ben non fosse morto?) What if Spider-Man Had Joined the Fantastic Four?“. What if Captain America became President? Il titolo del what if di Pavone, sarebbe: cosa accadrebbe se il più forte calciatore del mondo venisse a giocare nel Taranto? Il problema è che, nella maggior pare dei casi, i What if sono delle schifezze. Dei puri divertissement, delle storie  scritte per non rimanere e per non portare da nessuna parte. Una deviazione fatta per svago. Per curiosità. Non si impegnano neppure a disegnarli bene, i What if, tanto lasciano il tempo che trovano. Continue reading

Videocitofono.

Mooolto carina la serata dello scorso 11 dicembre. Ecco le foto.

Poter leggere in pubblico è un’opportunità preziosa, porta a galla anche i più piccoli difetti del testo.  Come sostiene Zadie Smith, non c’è miglior editor che l’autore stesso qualche minuto prima di un reading pubblico…

Citofonare interno 7 (rispondo io).

Sabato 11 dicembre p.v.  leggerò alcune pagine del romanzo in Via Cicerone 44 (Roma) tra le 19.00 – 22.00. Chi avesse piacere…

Si tratta del reading-mob Citofonare Interno 7, descritto di presso. Praticamente un esordio per Malafede!

Il clima conviviale di un salotto e la lettura di alcuni passi di libri inediti: il tutto accompagnato da una performance musicale live. Con Citofonare Interno 7 l’aperitivo si fa a casa e l’intimità domestica si trasforma in condivisione culturale.

Citofonare Interno 7 è un vero e proprio reading-mob che mobilita la cultura e la offre a domicilio. Il format è stato ripreso diverse volte a Roma, proponendo reading di testi inediti di scrittori con intermezzi di musica d’autore, in un’abitazione messa a disposizione della collettività. Dopo il successo delle passate edizioni, questa volta gli organizzatori (Girolamo Grammatico, Rossano Astremo e Cristiano Peluso) accolgono i propri ospiti in un appartamento di Via Cicerone 44, nei pressi di Castel Sant’Angelo.

Al fianco della letteratura e della buona musica, l’evento, questa volta, si fa portavoce di integrazione e solidarietà: Citofonare Interno 7 sarà, infatti, l’occasione per La casa di cartone, di presentare B.I.P. – Beni Immateriali primari – “L’arte non ha dimora”, il nuovo progetto culturale che ha come scopo quello di portare l’arte performativa nei centri di accoglienza per persone senza dimora. Continue reading

L’orgoglio del Giardino di Roma

Ma in quanti quartieri d’Italia un articolo giornalistico denigratorio avrebbe prodotto una reazione così? Potete leggere di seguito  la lettera inviata dal Comitato di Quartiere alla redazione del Corriere a proposito di un pezzo del 22 ottobre scorso sulla nuova chiesa di San Pio.  Ecco perché ammiro questa gente…  L’unica cosa che non condivido è il passaggio per cui “una costruzione modesta in calce e mattoni avrebbe raggiunto esattamente lo stesso scopo, magari anche con un più efficiente utilizzo degli spazi e soprattutto con un minore impatto sul caseggiato circostante”. Come se la bellezza non avesse effetto sugli uomini in mille modi diversi e praticissimi.

Egregio Direttore,
nel Corriere della Sera di venerdì 22 ottobre 2010 (edizione Roma, pag. 5) abbiamo letto con sorpresa e stupore, subito tramutati in sdegno e indignazione, l’articolo firmato da Giuseppe Pullara dal titolo “La chiesa in borgata riscatta l’urbanistica. Malafede. Dedicata a Padre Pio: la qualità architettonica allontana lo squallore circostante”.

A parte l’aver riscontrato una serie di imprecisioni, presenti già nel titolo e nell’occhiello, siamo rimasti allibiti nel constatare che un articolo, presumibilmente pensato per raccontare al lettore l’inaugurazione della chiesa di quartiere dedicata a Padre Pio, si sia trasformato invece in un racconto che dipinge la zona, in cui abitano circa diecimila persone, come un girone dell’Inferno dantesco, in cui predominano il “carattere maledetto”, il “toponimo sacrilego che imbarazza la coscienza”, “l’edilizia veramente ordinaria, talora squallida”, il “senso di straniamento” e la “deprimente monotonia del paesaggio edilizio”, cosicché la nuova chiesa – secondo l’autore – finirebbe per avere non solo l’obiettivo di “curare le coscienze” ma anche quello di “risanare il quartiere”. Continue reading

Il mio “no” alla letteratura elettronica.

Non posso più far finta di nulla: il libro elettronico è arrivato e si presenta come una reale e succulenta alternativa a quello cartaceo. La ricchezza e la semplicità d’uso degli ultimi dispositivi rendono gli eBook un’insidia concreta per le abitudini del lettore tradizionale. E io che faccio? In quanto lettore, scrittore e coordinatore di un laboratorio di lettura, sento di dover prendere una posizione. I motivi per cedere alla tentazione sarebbero molti: sono circondato da iPad e ho potuto verificare con i miei occhi come garantiscano un’esperienza di lettura di assoluto comfort; mia moglie ha già lasciato intendere che il numero dei libri ammessi in casa sarà contingentato per ragioni di evidenza geometrica; sono allergico agli acari della polvere. Inoltre non ho mai nutrito un attaccamento feticistico all’oggetto libro. E vogliamo parlare di quanto a cuore mi stiano gli alberi? Se ciò non bastasse, la lettura è soltanto una delle esperienze secondarie a cui accedere per mezzo di queste benamate tavolette: sfiorando un cristallo con le dita potrei gettarmi nella rete, sfogliare un quotidiano, far vivere Cotus & Leon in colori vividi come la carta non mostrerà mai. Potrei sbirciare nella pagina facebook di un amico, cercare nuovi commenti sul sito di BombaCarta, sfogliare vecchie foto, riguardare una scena di Fantozzi, fare una telefonata alla mamma e mille altre cose che ora non posso neppure immaginare. Eppure, è proprio questa abbondanza che mi spinge ad affermare con solennità che non ho mai scaricato e mai scaricherò un romanzo da Amazon. Perché quando apro un libro, lo faccio per cercare una pausa da tutto questo. Cerco uno spazio in cui poter pensare per un’ora pensieri di un altro e trovare la libertà di ricreare i fondamentali della mia vita in modo nuovo e sorprendente. Voglio dare al libro il tempo e il rispetto che merita. Voglio dargli la possibilità di annoiarmi per una pagina o due, se capita, senza che mille diversivi siano alla portata di un click. Voglio spegnere tutto e affidarmi completamente al libro, disponendomi a seguire un discorso lungo e complesso che potrò apprezzare solo quando sarà concluso e voglio lasciargli lo spazio per poter fare quel discorso con calma, senza il tamburellare delle mie dita impazienti. Voglio camminare lentamente, con la persona che ho scelto come unica compagnia. Voglio essere fedele e, siccome sono debole, scelgo di eliminare – per quanto mi è possibile – ogni tentazione. Continue reading

Un saluto alla vecchia e un benvenuto alla nuova chiesa di Malafede.

Comunque la si pensi e fatti salvi i distinguo sui particolari, la nuova Chiesa di Malafede rappresenta un serio tentativo di bellezza nel cuore del quartiere. Un tentativo andato a segno, a mio parare. Eccola, in una foto di Paolo Lucciola:
Adesso il romanzo avrà una inevitabile collocazione temporale: un indistinto “prima della consacrazione della nuova chiesa”.
Molte scene sono ambientate nei negozi che hanno ospitato per sette anni la parrocchia. Scene che, ora, non sarebbero più plausibili. Oggi non potrei più scrivere, ad esempio, queste righe:

Vi-vre-mo insieme uniii-ti, come il paaa-dre e uni-to a me. Avree-te la mia vi-ta se l’amoo-re saraaà con voi.
Io non sono così sensibile alla retorica degli occhi specchio dell’anima, ma la domenica mattina la chiesetta di Malafede è gremita di bambini dagli occhi splendenti, ti guardano dritto nei tuoi investendoti di una luce bianca. Il quartiere è pieno di creaturine così e se non si vedono molti bambini in giro non è perché siano impauriti o depressi o incantati davanti alla play station o qualsiasi altra spiegazione avvilente vi venga in mente: i numerosi pargoletti della prolifica comunità di Malafede sono angeli ancora in età da culla. Tra cinque o sei anni le strade del quartiere saranno rigogliose di ragazzini impolverati ma pieni di energia, come quelli che si incontrano nei vicoli di Taranto vecchia.
La chiesa è ricavata da una sala condominiale al piano terra di uno dei palazzi gemelli del quartiere, le condizioni di emergenza in cui viene celebrata la messa creano un’atmosfera pionieristica che unisce, è un continuo scambiarsi sorrisi e occhiate di comprensione. Un giovanissimo chitarrista suona accordi praticamente a caso e questo esalta il clima diffuso di autenticità che si respira. Ora una testa minuscola sbuca sopra la spalla della sua mamma e due occhietti si mettono a fissare proprio me, a due palmi di distanza dal mio naso, offrendomi tutta la loro innocenza e il massimo che mi riesce di fare per ricambiare è allontanare gli angoli della bocca. Gli occhi della bambina mi fanno pensare alle rare apparizioni del sorriso di Vittoria. – Non ci andare a messa, ormai in Italia ci vai soltanto tu a messa, – mi ha detto mentre mi preparavo per venire qui, ma non mi sono lasciato trattenere.”

Cognome cercasi.

Sto cercano un cognome per Giordano, la voce narrante del mio romanzo. Quello attuale, Cieli, non mi soddisfa appieno.
Cerco un cognome che riveli un’origine tarantina (ma non troppo, escluderei “Albano” e “Peluso”) e, in qualche modo, evochi un ottimismo spinto fino ai limiti della stucchevolezza (ma non troppo sfacciatamente, escluderei “Felice” e “Celeste”).
In premio l’onore di aver scelto il cognome di un personaggio letterario e, in quanto tale, immortale.

Lettori cercasi.

Il prossimo 18 ottobre riprende l’O’Connor, il laboratorio di lettura di BombaCarta che coordino assieme a Tiziana De Bernardi. E riprende sotto una veste rinnovata, grazie all’incontro con Feltrinelli Roma. L’appuntamento è lunedì 18 ottobre, alle 19:00, presso la Feltrinelli Libri e Musica di Galleria Colonna, 31/35 (Roma). Maggiori dettagli.

L’eroe dei due mari.


In questi giorni il libro di un amico sta intraprendendo la sua avventura nelle librerie, con le migliori premesse. 

Nel mondo editoriale italiano esistono ancora spazi sani per accogliere storie come questa: uno scrittore senza santi in paradiso che scrive, un editor che legge e apprezza, un editore importante che decide di pubblicare. Speriamo che sia di buon auspico. E non vediamo l’ora di leggere.

Coolibrì

Questa estate cercate Coolibrì, versione tutta narrativa  del periodico Cool Club. Dentro  c’è anche il mio Signore al trucco. Potete sfogliarlo on line qui (in basso a destra).

Non mi scuoto.

Sto lavorando a questa scenetta da inserire non so bene dove. È un abbozzo.
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Alla fermata di Tor di Valle sale un ragazzo con un trench azzurro. Mi guarda e spalanca la bocca. Mi viene incontro.
Giro le testa verso il finestrino e abbasso gli occhi sul Corriere.
– Giordano! Tu sei Giordano! – urla.
Provo a ignorarlo, lui mi afferra per un braccio.
– Giordano Cieli!
– Sì, sono io. – Fisso lo sguardo sulla sua faccia, la sua faccia è completamente ricoperta di barba. Mi concentro. Mi impegno proprio. Non mi dice nulla.
– Dai! Abbiamo passato un’estate intera assieme. A Saturo. Sono Luca!
Bianco totale. – Mi spiace, ma credo di non ricordare.
– Non mi meraviglio. Non si tratta certo di bei ricordi. – Luca allarga le mani e mi stringe in un lungo abbraccio. Mi parla dentro un orecchio. – Sono così felice di rivederti! Tu non sei felice?
– Ecco…
Si scosta e mi appoggia una mano sulla spalla. – Sono così felice. – Comincia a scuotermi. – Giordano, il più coglione dell’universo! Io mi ricordo bene di te.
– Davvero?
– L’uomo lesso, un mucchio di coglioni dentro un unico corpo. – Continua a scuotermi – Un asino. Una capra. Una scimmia. Cos’è che combini nella vita?
– Sto. Sto al Ministero dello sviluppo economico.
– Visto? Lo dico sempre che in questo paese sono le nullità a fare strada.
– Beh, in realtà…
– Una tale minchia. Al campo di ping pong eri contento di farmi da raccatta palle. Ti portavo praticamente al guinzaglio. Il più soggetto di tutti i soggetti di Taranto. Così molle che non c’era neppure gusto a menarti. Che formidabile minchia!
Si aprono le porte del treno. Siamo a Vitinia. – Scusa ma è la mia fermata. Mi ha fatto piacere rivederti, – dico
Scendo. Lui sembra deluso. Gli faccio ciao ciao con una mano mentre il treno si allontana. Mi metto ad aspettare il successivo.

Conversazione.

– Ma che libro è MALAFEDE?
– È … un romanzo!
– Ok, ma che genere di romanzo.
– Nessuno, direi.
– Nessuno?
– È un romanzo “non di genere”. Non si dice così?
– E no. Ma di che parla?
– Già, di che parla…

Poi mi viene in mente, ma è troppo tardi, che forse il genere è questo. La prossima volta saprò cosa rispondere.

Troppe MALE

Un buco di mezz’ora, un salto in libreria, un giro tra gli scaffali delle novità  buono solo a rovinarmi l’umore.

MALALUNA, MALAPIANTA, MALACARNE, MALASTORIE.

Allora? Che hanno deciso di bruciarmi il titolo? MALAFEDE l’ho pensato prima io e guai a chi lo tocca!

 

(Ma che dite, è già bruciato?)

Una cosa bella

Dal sito di BombaCarta, report di una cosa bella che faccio.

Primo esperimento di report collettivo per il laboratorio O’Connor. Abbiamo infatti invitato i dieci partecipanti all’incontro di marzo ad inviarci proprie brevi impressioni.

Vincenzo ci dice di aver “passato una piacevole e per me diversa serata a sentir leggere delle pagine di libri abbastanza diversi fra loro; mi dispiace di essere andato ‘fuori tema’ con la mia lettura perché credo che il ‘vostro’ concetto di lettura sia quello giusto. Il relazionarsi con altre persone su sensazioni personali è molto bello e mi ha creato stimoli per nuove letture e nuovi …pensieri.”. Vincenzo ha infatti portato un brano del saggio Sfamiglia, di Paolo Crepet, e la sua scelta ha favorito dibattito attorno all’antica questione: sono accolti nel nostro laboratorio testi di carattere strettamente saggistico? Ai commenti l’ardua risposta.

Alberto, “l’uomo col codino che all’ultimo laboratorio di lettura ha portato un incipit di Luis Sepùlveda”, risponde allo stimolo lanciato al momento di congedarci, definendo il laboratorio O’Connor come “un’occasione ghiotta di approfondimento interiore, che va al di là dei contenuti narrativi che ognuno conduce nel cerchio di piedi attorno al quale sediamo”. Continua Alberto: “In quella sede ognuno riporta se stesso e attraverso il testo racconta pezzi della propria storia, frammenti della propria cronaca, schegge del proprio momento, visioni, prospettive. Questo è, per me, l’arricchimento. La finestra che si apre sulla celebrazione d’una comunione in un luogo dove non ci sono tavoli che consentano d’appoggiare i gomiti che troppe volte sono le fondamenta d’una barricata di mani. In quella sede ognuno di noi, dietro le parole, è mimo di se stesso e accoglie e dona allo stesso tempo. Per la volta prossima vorrei cambiare versante di quel cerchio, sedere dal lato opposto, affinché il movimento non mi consenta, anche inconsciamente, di radicarmi in un luogo conosciuto, sicuro, e quindi rischiare di chiudermi all’arricchimento dato dalla varietà. Ho compreso come nel metodo del laboratorio, il non diritto di replica, sia fondamentale, soprattutto per chi, come me, ha iniziato da pochissimo, rispetto all’età anagrafica, ad approcciarsi alla letteratura e ancora si trovi a lottare contro un intimo senso di inadeguatezza. Queste sono le conclusioni alle quali sono giunto dopo i quattro o cinque incontri ai quali ho partecipato. Ringrazio tutti voi di Bombacarta che rappresentate un solido approdo per chi, ondivago della vita, decida di calare in acqua il remo e cerchi una direzione.” Continue reading

Il polipetto di AVATAR

Reduce dalla visione di Avatar, l’ultimo lungometraggio di J. Cameron, esco a passi lenti della sala 8 del Warner Village di Parco dei Medici. Come tutte le persone che mi camminino accanto sono frastornato dallo spettacolo multicolore di Pandora, divertito dall’azione fitta fitta, ammirato per la capacità del regista di infilare tante tematiche così attuali dentro una storia credibile: ecologia, realtà virtuale, nuovo panteismo, antimperialismo e antimilitarismo.

Ma la cosa che più ha colpito la mia immaginazione – l’unica vera idea nuova del film, direi – è l’appendice biologica di cui sono muniti tutti gli esseri, animali è vegetali, che popolano il pianeta in cui è ambientato Avatar. I Na’vi in particolare (umanoidi azzurri) , hanno una sorta di polipetto il quale può intrecciarsi con i polipetti delle altre creature dando vita ad una stretta unione psichica/mentale. Immaginate di avere lunghi capelli intrecciati (su Pandora non esistono i calvi) e di avere all’estremità della treccia un polipetto variopinto che – intrecciandosi con il polipetto di un’altra persona – vi consente di abbattere il muro che vi separa ed entrare in connessione diretta!

Qui sulla terra siamo condannati a fare esperienza gli uni degli altri esclusivamente grazie alla intermediazione offerta dai cinque sensi: vista, olfatto , tatto, udito e gusto sono tutto ciò che abbiamo. Su Pandora, invece, è possibile superare ogni intermediazione e immergersi l’uno nell’altro, fondersi in un unico essere. Immaginate di farlo con la persona di cui siete innamorati, per esempio… bello vero! Bello?

Provo sul serio a rappresentarmi mentre faccio una cosa del genere con mia moglie, mentre stringo la mia codina alla sua e ficco il naso nella sua scatola cranica: orrore. Mi vengono i brividi. Il nostro amore ne verrebbe ucciso. Stritolato. Perché ha bisogno di spazio in cui muoversi, di spazio in cui esercitare la fiducia e la fantasia. Di uno spazio di mistero per continuare a sorprendere e sorprendersi.

Vorrei avere il polipetto? Col cavolo! Ma ringrazio comunque l’immaginazione di Cameron perché mi ha ricordato quanto io sia fortunato ad essere un semplice umano. Continue reading

Capitolo 1. MATTINA A MALAFEDE

Stanotte ho spogliato il mio cuscino. Ho sfilato la federa rosa, ho sbottonato quella bianca e ho cominciato a tastarlo.
Vittoria non si è accorta di nulla, ieri il viaggio di ritorno a Roma l’ha stremata, abbiamo passato sette ore sulla A14 a zigzagare nel traffico. Stamattina ho rivestito il cuscino e sono uscito prestissimo, le auto sono parcheggiate tutte al loro posto e le saracinesche abbassate. Un ordinato cespuglio di azalee ha già aperto i suoi petali, mostrano un viola senza pecche. Non sono ancora le sette ma in giro ci sono decine di persone che corrono avvolte in giacche impermeabili. Devo ricordarmi di raccontare la cosa a Vittoria. L’aveva detto la padrona di casa, la zona è ideale per il jogging e viene gente dai dintorni a correre qui. Gli architetti di Caltagirone l’hanno pensato bene il quartiere, senza concedere troppi sfarzi hanno badato a disegnare case non troppo alte, strade larghe quanto basta, posti auto quanto basta, verde e aree attrezzate per i bambini quanto basta. Malafede mantiene un certo decoro, dopo due anni assomiglia ancora all’animazione 3d in cui l’ho ammirato la prima volta. Sono contento di aver convinto Vittoria a venire a vivere qui, è pieno di luce e di aria. Le facciate color albicocca invecchiano bene, il vicinato è riuscito a organizzarsi in modo da rifornirsi di un’unica tonalità di tende da sole, un marrone un po’ smorto ma che pure invecchia bene. Solo il marmo di alcuni marciapiedi comincia a consumarsi, il verde a sfoltirsi in alcuni angoli bui e, perlopiù, gli alberelli sorretti da impalcature di asticelle non sembrano destinati a lunga vita. Non è rimasto molto da fare per migliorare il paesaggio, servirebbe l’ombra di una manciata di alberi con qualche decennio in più sulla corteccia, ma questo è un dono che porterà il tempo.
Il parchetto Battisti è una torre di guardia nel mezzo del quartiere. Mi siedo su una panchina di legno dall’aria rustica, nessuno ha mai il tempo di sedersi su queste panchine. Da qui c’è una bell’ampiezza di orizzonti immobili, si intravede da una parte la pinetina del presidente, dall’altra i lampioni dell’Ostiense, non è certo il mare aperto ma è piacevole possedere tanto spazio in un solo sguardo. A quest’ora le auto dei più mattinieri sfrecciano. Una jogger non giovanissima mi passa davanti, corre con le braccia lungo i fianchi e le punte dei piedi all’infuori. Non ha più neanche le forze per tener chiusa la bocca. Le rivolgo un cordiale buongiorno e lei sobbalza. Un ragazzo sovrappeso la supera, lui ha sul viso il tormento di due polmoni in debito di ossigeno, ma non si lascia rallentare. Correre la mattina presto. Mi domando se a mio padre potrebbe far bene una cosa del genere, lui non ha bisogno di perdere neanche un grammo. Immagino il suo sguardo spento, la carne bagnata delle guance che sussulta, la bocca spalancata, le ginocchia in fiamme, il cuore che scalpita. Mi pare una danza depurata di qualsiasi creatività o gioia, una fatica senza fine. Ma deve trattarsi di una difficoltà di comprensione tutta mia, se la gente di Malafede fa lo sforzo di svegliarsi così presto ne ricaverà qualche soddisfazione che non afferro, il piacere di ascoltare il proprio corpo, di cedere al proprio corpo, di essere un corpo, di riempire i polmoni, di sentirsi in forma per avere il pieno controllo della propria vita. Cose così.
Le centoquaranta palazzine di Malafede sono gabbie di cemento alte quattro piani, cinte da gonfi ciambelloni di salvataggio. Ma perché mai dico gabbie? No: sono parallelepipedi chiari, addolciti da balconi rotondeggianti. Piacevoli alla vista, tutto sommato. E il fosso di Malafede è un posto gradevole, una zona neutra e temperata che piace abbastanza. Tutto è nuovo e ogni centimetro ha una destinazione ponderata, si comincia da zero e si è in dovere di fare le cose per bene. È come colonizzare un mondo nuovo, solo che non c’è stato bisogno di scacciare nessun pellerossa via da questa conca a dieci chilometri dal raccordo anulare, unicamente il lembo di un fiume che ci veniva a svernare nelle annate più piovose. Hanno consegnato i primi appartamenti tre anni fa, non ci arrivava neanche l’autobus allora, e ce ne sono ancora un centinaio vuoti. Si comincia da zero, qui, e si può provare a costruire un pezzo di mondo semplice e accogliente: per noi italiani del XXI secolo che non abbiamo un’America da scoprire è un’opportunità rara. È un pezzo di mondo semplice Malafede, e quando le cose sono semplici si possono descrivere con i numeri: 12.000 abitanti su una superficie di 171 ettari, con 73.000 metri quadri destinati a parcheggio pubblico, 650.000 metri quadri a verde pubblico, 1.270.000metri quadri di superficie residenziale, 190.000 di superficie non residenziale di cui 63.600 destinati ad attività commerciali. Centocinque metri quadrati a persona: questa è la mediana di Malafede. Il tutto confezionato dentro un’omogeneità di materiali e di stili degna di un borgo toscano. Ci si può stare bene qui, devo decidermi a portarci papà.
Sull’Ostiense i tettucci delle automobili stanno immobili, ora. Si sono fatte quasi le otto, ma resto seduto. Decido che non andrò a lavoro oggi, se mi muovo adesso passo la mattinata in macchina e non ricordo da quant’è che non ho una giornata tutta per me. La scelta fa fare un salto in alto al mio umore. Il quartiere sembra disegnato per essere vissuto di giorno, è una vera beffa doverlo abbandonare tutte le mattine fino alla sera. Quando il traffico dei lavoratori che devono timbrare il cartellino entro le nove è smaltito, m’incammino lento verso la Colombo con l’intenzione di fare due passi nella pineta. Anche se non saprei distinguere un pino da un faggio, adoro gli alberi e mi piacerebbe ammirarli da vicino, ma l’accesso al folto del bosco è impedito. Fossato e filo spinato, da entrambi i lati. Dopo la pineta c’è un campeggio che affitta camere a venti euro a notte, chiedo al ragazzino assonnato che sta seduto alla reception di mostrarmele, in casa non abbiamo un letto per gli ospiti e non si sa mai. Sebbene sistemati un po’ troppo vicino alla strada, i bungalow non sono niente male, la prossima estate possiamo chiedere ai nostri di venirci a trovare.

Messaggini

– Malafede mi ricorda Rimini

– Ma il romanzo o la città?

– Il tuo romanzo lotta contro Rimini. Pur apprezzandone la funzionalità e una certa filosofia corale, volta alla cura materiale dell’individuo e della comunità attraverso le opportunità che un posto (anche se nudo) può offrire. E Malafede, il quartiere, è Rimini, che non riscalda da sé, ma serva per apprezzare l’ingegno e il pragmatismo pensati x ki li sceglie. Ma se ki li sceglie non pensa da sé forte forte, trova un po’ di deserto nel cielo.

Frammenti a Taranto.

Dal web alla stampa. Prima antologia di Books Brothers. Mercoledì 30 dicembre, ore 18.30, presentazione di un nuovo progetto editoriale dal respiro nazionale .

Un’antologia di 400 pagine, frutto di quasi 500 interventi sul web in 1000 giorni, da gennaio 2006 a dicembre 2008. 36 Autori coinvolti, tra giovani esordienti e scrittori già noti. Due libri distinti, Frammenti di cose volgari e Acqua passata, uniti in un unico volume, per dare l’avvio a un nuovo progetto editoriale. Mercoledì 30 dicembre, ore 18.30, presso la libreria Gligamesh (via Oberdan 45/a, Taranto) avrà luogo la presentazione. Sarà presente Michele Trecca (fondatore di Books Brothers) e, tra gli autori dell’antologia, Oscar Buonamano, Maurizio Cotrona, Pino De Padova, Rossana Mitolo e Giuse Alemanno. Da booksbrothers.it a Frammenti di cose volgari. Dallo scambio sul web a una vera antologia, con un catalogo accurato di quanto pubblicato nei tre anni di vita del sito. Frammenti di cose volgari raccoglie i testi più significativi dell’esperienza nata e cresciuta in rete. Racconti, riflessioni e spunti critici di autori di ogni parte d’Italia. Acqua passata, con le sue 200 pagine attesta tutta l’esperienza on the web, catalogando ogni intervento passato in rete dal 2 gennaio 2006, giorno di nascita di booksbrothers.it.

Coerentemente con lo spirito che anima il progetto, gli autori tarantini sono invitati a farsi avanti presentando un proprio breve scritto (recensioni, racconti, stralci di romanzi, versi e scritture, senza limiti di sorta, se non di lunghezza: max 10.000 caratteri); Books Brothers non promette né soldi, né passaggi in TV e in radio, ma l’opportunità di un confronto con una redazione competente e la possibilità di uscire allo scoperto.

Profezie di letture possibili

Sotto un mio articolo scritto per Nota Bene, nuovo e benemerito periodico mensile.

Non ho mai nascosto una certa insofferenza verso la produzione letteraria “da” e “su” Taranto degli ultimi anni. Come ho scritto altrove, tutti gli “scrittori” tarantini che mi è capitato di leggere recentemente – Argentina, De Cataldo, Langiu, Leogrande, Bellucci, Piccinni, Liviano, Antonacci – hanno raccontato la città impedendosi l’accesso alle tonalità più chiare dello spettro dei colori esistenti, tonalità che non possono non far parte dell’esperienza di ogni essere umano; hanno scritto con le dita legate dal pudore verso qualsiasi umore che non fosse vincolato ai pregiudizi del pensiero cinico. E se, nel considerarli singolarmente, si possono apprezzare gli esiti eccellenti di alcune narrazioni in cui la discesa nell’inferno si trasforma in straziante grido di dolore o di lavori surrogatori dell’informazione di tipo giornalistico, nel complesso la panoramica delle opere prodotte su Taranto dal 2007 non può non rivelare un orientamento che trova la sua matrice comune nell’incapacità di un investimento emotivo proiettato dietro la superficie delle cose, un investimento emotivo capace di zoomare sulla realtà e lasciar intravedere possibilità diverse dalla catastrofe e dalla corruzione. Ma siccome qui a Nota Bene tifiamo per il “più” e non per il “meno”, voglio a tutti costi aprire questo spazio con uno scoop: il libro che aspettavo sulla nostra città capace di sfuggire alle dinamiche del fallimento necessario è arrivato! Anzi – cerco di rendere la cosa più sensazionale – non un libro, ma due! Sono Il ragazzo che credeva in Dio, di Vito Bruno (Fazi, 2009) e L’eroe dei due mari, di Giuliano Pavone. E, triplo salto mortale, lo affermo senza averli letti, entrambi. Il primo perché mi è stato “sottratto” da un amico (uno degli ideatori di questa rivista, peraltro) quando ero arrivato a pagina venti, il secondo perché tuttora inedito. Con Il ragazzo che credeva in Dio, Vito Bruno esplora le contraddizioni della società contemporanea attraverso la storia di Carmine, generoso quanto tormentato prete di periferia, che, alla soglia dei cinquant’anni, vive una crisi di coscienza prima ancora che di fede. Il mio giudizio si basa: 1) sul parere di Paolo Pegoraro, un critico letterario di cui mi fido ciecamente, il quale mi rassicura nel romanzo si può ritrovare uno sguardo su Taranto “diverso”; 2) su una articolo apparso sul Corriere del Mezzogiorno lo scorso luglio, in cui lo stesso Vito Bruno scrive: «E allora come è stato possibile che nell’immaginario dei nostri ragazzi una terra benedetta sia diventato un incubo da cui fuggire a tutti i costi? A questa incresciosa, micidiale domanda bisogna tentare di dare una risposta se davvero si vuole capire il malessere del sud e provare a immaginare un’ipotesi di sviluppo. Economico. Sociale. Umano.» L’eroe dei due mari di Giuliano Pavone, invece, è un romanzo che non ha ancora visto le stampe, ma per il quale si è già attivato un rumoroso tam tam sulla rete. L’eroe del titolo «è un celebre e religiosissimo calciatore brasiliano il quale, per sciogliere un voto, decide di lasciare la sua squadra milanese e andare a giocare un anno gratis nel Taranto» (da un articolo di Tommaso Labranca apparso su Film Tv). Vien già voglia di leggere, vero? In questo caso la mia fiducia nasce da una dichiarazione espressa dall’autore, il quale mi scrive: «nel libro non credo di essere stato indulgente con Taranto, ma ho adottato un registro narrativo diverso da quello dei profeti del noir tarantino (che potrebbe essere ribattezzato “gnur”): non la tragedia, ma la tragicommedia, o meglio la farsa.» Verificheremo.

Frammenti

E’ uscita per Books Brothers l’antologia Frammenti di cose volgari. E’ una cosa che mi coinvolge in prima persona e a cui tengo molto. Di seguto la mia introduzione al libro.


Quello che posso dire di questa antologia.

Il minimo che posso dire è…

Siamo partiti il 2 gennaio 2006. Tre anni di booksbrothers.it, ecco quello che è successo:
– un certo numero di autori, non chiedetemi quanti ma si tratta di un numero non lontano dai 200, ha mandato il frutto del proprio lavoro creativo al nostro indirizzo di posta elettronica (attualmente ibooksbrothers@gmail.com);
– qualcuno della redazione di booksbrothers ha letto il frutto di questo lavoro creativo e ha attivato un primo tentativo di relazione con lo scrittore di turno, comunicandogli impressioni su cosa ci era piaciuto del suo lavoro, cosa no, perché sì, perché no;
– quei prodotti creativi (perlopiù racconti) che ci è sembrato superassero la nostra personalissima idea di “soglia minima di qualità”, sono stati pubblicati sul sito – in molti casi dopo aver indotto una o due riscritture dei testi – con lo scopo di dare agli autori una prima/minima possibilità di uscire allo scoperto e, spesso, di un rapporto con un pubblico attraverso i commenti. Parliamo di circa 600 post in tre anni, oltre la metà nell’AREA CREATIVA del sito.
Gli autori pubblicati hanno poi seguito le strade più diverse, alcuni hanno raggiunto la pubblicazione per strade proprie, altri attraverso una nostra intercessione di qualche tipo (Andrea Simeone, Tommaso Giagni, Giovanni Di Iacovo, Elisabetta Marchiolo). La cosa certa è che dalle parti di booksbrotehers è successa una cosa semplice, ma sempre più rara in Italia: delle persone hanno scritto qualcosa, altre persone hanno letto quelle cose, tra gli uni e gli altri c’è stato uno scambio di idee. Dalle nostre parti esiste un piccolo ma vitale “ambiente creativo”, dove gli autori ricevono l’attenzione e il rispetto che meritano.
Una selezione di quello che consideriamo il meglio di quanto generato in questo ambiente sta nel libro che avete tra le mani: questo è il minimo che posso dire di questa antologia, e mi sembra moltissimo.

Il massimo che posso dire, invece… Continue reading

Sanguisuga

Ho provato a spiegare qui sotto l’importanza di un sguardo poetico. Ebbene, faccio outing: questa è una cosa che a me manca del tutto. Il mio sguardo naturale è quanto di più cinico, anti-romantico e spoetizzante possa esserci.

Per questo, quando ho bisogno di poesia, divento una sanguisuga e la rubo dalle parole e dagli occhi degli altri.

Gli occhi di Paola di poesia ne hanno da vendere. Oggi la porto in giro a Malafede a fare foto, dopo son sicuro che avrò litri di sangue da succhiare.

Fili conduttori (3): la poesia.

Ho accennato qui e qui ai primi due fili conduttori del romanzo.

Il terzo, che poi è diventato quello più robusto, nasce dalla lettura dell’articolo La fantasia: evasione o visione? di Antonio Spadaro.
L’intuizione base di questo pezzo è la seguente: la poesia, la parola letteraria, non è in contrapposizione o alternativa all’esperienza diretta  della realtà, ma è uno strumento che fa apparire “interiormente” il reale e ne permette una esperienza più immediata.
Attraverso la poesia vediamo cose che altrimenti non riusciremmo a vedere, cogliamo nessi e perlustriamo profondità o varietà che ci sarebbero impedite. “La fantasia è un esercizio dello spirito, un modo per intuire che la realtà non è mai esausta perché vive in fondo alle cose la freschezza più cara. Se così non fosse, essa sarebbe svilita, diminuita nella sua grandezza.”

Spadaro riporta, ad esempio,  i versi in cui Pascoli descrive un lampo:

E cielo e terra si mostrò qual era: / la terra ansante, livida, in sussulto; / il cielo ingombro, tragico, disfatto: / bianca bianca nel tragico tumulto / una casa apparì sparì d’un tratto; / come un occhio, che, largo esterrefatto, / s’aprì si chiuse, nella notte nera (Il lampo).

Grazie a questi versi io “vedo” il lampo come non poteri altrimenti, faccio una esperienza della realtà più ricca e intensa.
Ecco, uno dei problemi che io vivo sulla mia pelle in questi anni di “turbamenti” collettivi, è la carenza di questo sguardo, ovvero di uno sguardo capace di abitare i luoghi in cui la cesura tra il mondo spirituale e quello materiale è rotta dalla “visione” poetica.
Ed è questo lo sguardo di cui Giordano (il protagonista del libro) soffre la mancanza: perso a inseguire le derive della buona e della cattiva fede, si ritrova ad ansimare per  terra, con gli occhi vuoti e  il cuore asciutto. Finché..

Fili conduttori (2): come lo guardiamo questo mondo?

Ho parlato qui del primo – in ordine cronologico – dei fili conduttori del romanzo.
Il secondo nasce da un senso di fastidio che ho sviluppato verso quello che è diventato un sottofondo ambientale in Italia: il lamento. Anche in letteratura, la caccia al marcio è diventata una moda. Io ho sentito il bisogno di reagire a questo andazzo, senza cadere nel suo opposto: la scrittura evasiva, sentimentale, ingenua. La mia intenzione è quella di scrivere qualcosa che vada oltre i balletti dei pessimismi e degli ottimismi.
Credo di essere riuscito ad esprimere bene il concetto in questo articolo qui, di cui riporto alcuni stralci.

“Non mi interessano le voci violentate, disgustate… mi annoiano le voci arrabbiate, indignate, accusatorie, perché sono voci mutilate che corrono su binari morti. E allo stesso modo mi annoiano le voci ottimistiche, le voci entusiastiche, zuccherate, disinnescate, nostalgiche, folkoristiche, perché sono voci che negano le realtà”

“…usare espressioni dissonanti alla retorica della decadenza, a chiedere contenuti che non si limitino ad alimentare il mito dei tempi terribili.”

“Il sarcasmo, l’indignazione, l’ironia sono toni efficaci per smascherare la sgradevolezza della realtà, ma questa sgradevolezza è stata già smascherata e smascherata e smascherata e, dagli anni ’70 in poi i toni del sarcasmo, dell’indignazione, dell’ironia si sono così diffusi da diventare il nostro ambiente, il nostro linguaggio, sino al punto da non capire più che è solo una delle prospettive possibili e oggi “pochi osano parlare di altri modi, perché temono di sembrare sentimentali e ingenui agli occhi degli ironisti stanchi di tutto” (D.F. Wallace). Allo stesso modo schiavizzante è il linguaggio del marketing territoriale, il linguaggio campanilistico dell’orgoglio ad ogni costo, quello di chi pensa che è vero che a Taranto ci sono dei problemi ma la colpa non è nostra e “i problemi ci stanno ovunque”.

“Io sarei disposto a lasciarmi appassionare da sguardi che, senza cedere al disgusto o all’infatuazione, si mettessero a girare per le strade della città con lo scopo di fare esperienza, di fare esperienza sul serio perché credono ancora che la realtà, le facce, le parole della gente, possano modificare profondamente la propria sensibilità. Sguardi disposti a lasciarsi sommergere da un flusso di vita che nessun essere umano riuscirà mai ad agguantare e a restituire in pieno. Sguardi che conservano la tensione, perché includono la possibilità del bene e quella del male, dello sprofondamento e del volo, perché non pretendono di “padroneggiare” il materiale narrativo di una città, ma lo riconoscono “eccedente” e quindi ogni loro passo può essere occasione di una sorpresa. Parole in cerca di una movenza, di un’emozione, in cerca di una traccia di qualcos’altro.” Continue reading

L’incipit.

Mi osservo le nocche, l’inverno mi fa sanguinare le nocche. Mio padre sta conficcato nella poltrona in pelle nera di cui ha preso la forma, gli occhi puntati su Milan Channel. Adolescenti in rosso-nero corrono su erba ingiallita. Vittoria sta sdraiata accanto a me, la testa sulle mie ginocchia e gli occhi su una foto alla parete: incorniciata sotto vetro mia madre è a braccetto con una giovane Claudia Cardinale. – Mamma mia signor Cieli, pure le partite dei ragazzini, – chiede alla prima interruzione pubblicitaria – ma non si scoccia?
– E cos’altro dovrei fare? – si affretta a rispondere papà senza pensarci su un attimo. Risucchia una guancia tra i molari, appoggia i palmi sui braccioli per mettersi in piedi, fa cinque passi lenti fino alla finestra. Un chiarore rosa gli illumina il mento, il sole sta per nascondersi dietro i tetti che ci impediscono la vista del mare. Guarda giù in strada per qualche secondo prima di ritornare a sedersi davanti al suo quarantaquattro pollici.
Mio padre non è felice, penso annusandomi le nocche. Il mio sangue odora di geranio. Io voglio che mio padre sia felice.

Extra.

L’angelo custode femmina di questo romanzo mi ha cosigliato di eliminare  queste due pagine e io ho accolto il consiglio senza pensarci troppo.  Le posto qui come “scena tagliata” di un romanzo che ancora non c’è.

Mi immergo nei flussi che scorrono attraverso i negozi. Guardo argenteria per neonati, album fotografici elettronici, schermi piatti, cravatte lucide con le righe lavorate in rilievo. Fisso in una vetrina un sagomato della Canalis che indossa occhiali Richmond, poi comincio a vedermeli attorno ovunque, quegli occhiali. – Oche, – borbotto tra me. Passeggiare nel percorso ovale dell’Auchan di Taranto insieme a damerini abbronzati con i petti depilati e signorine scollate grondanti suppellettili luccicanti e fare pensieri duramente critici verso i valori della società contemporanea, è molto facile. – Bello, carino, mi piace, molto carino, l’hai visto? – sono le loro voci. – Pedine, – la mia. Girano in tondo e sembrano entusiasti di tornare e ritornare alla casella di partenza. – Lo prendo? Quanto costa? L’hai visto? Bello? Che dici lo prendo? Lo prendo. – Attorno a me vedo vacche in mostra alla fiera del bestiame, tori da monta capaci di assicurare protezione e generazioni robuste. Io ho forse qualcosa di meglio da offrire? – Pedine senza cervello – borbotto ancora. Guardare queste persone che camminano dentro un percorso ovale, perse dentro una compostezza da sfilata e assimilarle a delle pedine che si muovono inconsapevolmente nelle caselle rettangolari del gioco dell’oca è un modo facile per tirarmi fuori dal mucchio e non sentirmi io stesso una pedina dello stesso gioco. – Imbecilli capaci solo di stare in fila e spendere soldi che non hanno – mugugno. Poi mi do uno scossone, mi mordo un labbro e maledico l’umana inclinazione a scivolare sulle piste ben levigate del biasimo o della derisione, ricordo a me stesso quanto sia deleteria per questa città la debolezza di chi si sente rassicurato delle proprie idee solo se esprimono disprezzo. E allora almeno io provo a dubitare delle idee di cui mi trovo ad essere persuaso, perché prima di abbandonarsi a pensieri automatici e condannare quel gioco, ci sarebbero alcune cose da considerare, per esempio che:

1. è un gioco che distribuisce premi, molti premi, premi per tutti i giocatori, o quasi;

2. il gioco ha le sue regole e chi decide di giocare lo fa liberamente;

3. ci sono milioni di persone nella cesella HAI VINTO e se provi a dire a una persona che sta nella casella HAI VINTO “guarda che sei la pedina di un gioco e si tratta di un gioco schifoso”, questa persona penserà che tu sei soltanto invidioso o pauroso o sconfitto e non esistono elementi per affermare che avrebbe torto;

4. nessuno ha dimostrato l’esistenza di un gioco migliore. Il consumo è il cuore che ci tiene in vita, non possiamo strapparcelo finché non abbiamo sotto ghiaccio un altro cuore pimpante da trapiantare;

5. anche le persone che non si trovano nella casella hai vinto stanno sul tabellone e avranno fatto una fatica del diavolo per passere dalle casella 6 alla 7 (diete, lampade, scarpe scomode, tagli costosi, disperati sacrifici economici, depilazioni, piercing, colpi di sole e tutta l’inesauribile lista della spesa per accessori e premi e simboli che alimenta il gioco stesso), non accetteranno mai che sia stata tutta fatica sprecata;

6. ciascuno di noi è un individuo e giudicare quelli che scelgono di partecipare al gioco dell’oca come degli imbecilli vittime del marketing è un atto di presunzione che presuppone discorsi sottili e imponderabili che hanno a che fare con libero arbitrio, Dio e anima;

7. se la mia futura cognata sostiene di ricevere un prolungato senso di appagamento dall’acquisto di scarpe con un tacco che terrorizzerebbero un fachiro, io potrò anche pensare che lei sia vittima di un sistema che prima crea un bisogno e poi la sua soddisfazione a pagamento, ma devo anche considerare che ciò equivale a dire che mia cognata “non esiste” o esiste come esiste un interruttore che si spegne o si accende a prescindere dalla propria volontà;

8. non esiste un piacere così puro o un gioco così pulito da non poter essere infangato da uno sguardo scettico;

9. a ben vedere, se si prescinde dalla forma del tabellone, il gioco assomiglia più al Monopoli che al Gioco dell’Oca (se vuoi passare sul mio corpo da Villa peritato con quella faccia da Vicolo Corto devi avere nel tuo portafoglio il Parco dei Principi) e, giova ripeterlo: nessuno ha dimostrato l’esistenza di un gioco migliore;

10. sono ancora vive persone che hanno visto con il loro occhi quello che succedeva in Italia prima che si diffondesse il “gioco” e negli anni trenta, quaranta e cinquanta hanno passato delle ore in fila davanti alle porte delle poche famiglie benestanti per elemosinare avanzi che oggi non si darebbero neanche ai cani. Continue reading

Fili conduttori (1): felicità.

Ho già comicità a sviluppare il tema QUI SOTTO. Quando ho cominciato a scrivere Malafede, ero deciso a scrivere un libro sulla “felicità”. Lo so che può sembrare la cosa più ingenua del mondo ma a me sembrava una cosa di cui c’era bisogno (o, almeno, di cui io avevo bisogno).

È che la letteratura contemporanea italiana mi sembrava stesse disertando il tema, lasciandolo nelle grinfie del marketing commerciale e politico, nelle grinfie di Hollywood, dei rotocalchi, dei libri di puro intrattenimento eccetera.
“Felicità” è una di quelle parole che, a pensarci troppo, non significano nulla. A voler sofisticare è una parola che ha tanti significati quanti le persone che la pensano, o fa riferimento a qualcosa che si consuma nel mentre si produce. Ma è un parola che esiste da quando l’uomo a imparato a parlare e, se continuiamo ad usarla tutti i giorni, è perché rimanda ad un significato condiviso a cui fare riferimento.

La mia idea è che senza la speranza della felicità (qualsiasi significato ciascuno voglia dare a questo termine) nulla ha senso. Oggi la letteratura cerca di lasciare un segno nella società impegnandosi nello svolgere un lodevole ruolo di denuncia, informazione, testimonianza sui temi del precariato, della criminalità, dell’immigrazione, dell’ingiustizia sociale. Ma questo è un passo successivo, perché se ho perso la speranza di essere felice allora qualsiasi forma di impegno mi lascerà indifferente. Qualsiasi mio gesto è guidato dalla ricerca delle felicità mia o di qualcuno a cui tengo.

Molto del male che esiste al mondo, questa è l’idea, è generato da persone che hanno perso tale speranza. Ci sono persone che per questo vivono una vita “contro” o “in fuga” o “indifferente a” .

Il mio impegno è nel riempire la parola “felicità”, senza chiedere la porta a nessuno dei significati possibili ma garantendomi che non sia mai vuota. Il mio impegno è provare ad esplorarne i possibili significati, sfuggendo ogni stucchevolezza o ingenuità, ma con l’obbiettivo molto concreto di ricordare a me stesso che la felicità è possibile e non devo mai smettere di cercarla. Cercando di imparare dalla felicità, di non averne paura.

Siamo sommersi da immagini e messaggi che pretendono di indicare all’uomo dov’è possibile trovare la felicità, indicandola nei luoghi più vuoti: nel colore di un rossetto, nei cavalli di una automobile. Gli scrittori “impegnati” hanno rinunciato al proprio ruolo su questo fronte, lasciandolo ai pubblicitari e ai politici, ed in questo modo hanno rinunciato a fondare e sostenere il presupposto di ogni gesto comunicativo: la speranza.

Molti dei libri che si scrivono oggi sono primi piani di case a cui manca il piano terra, mentre accanto a noi salgono grattaceli immaginari fatti di nessuna sostanza.

Considerate questa premesse, il primo passo concreto verso il libro è stato mandare la seguente mail a un po’ di amici e conoscenti. Continue reading

Scrittura e felicità (alle origini di Malafede)

Ogni nostro atto o pensiero è mosso verso qualcosa. Verso la felicità (o l’infelicità) propria o altrui, oso dire. Siamo circondati – sommersi – da messaggi che cercano di dirci dov’è, questa la felicità. Scrivo a Roma, sulla metro, linea B. Davanti a me c’è un manifesto che cerca di convincermi che la mia vita sarebbe migliore si mi laureassi e se mi facessi aiutare negli esami da “Eurolavoro”. “Esami come se piovesse”: recita lo slogan. Accanto a me, la quarta di copertina di un quotidiano prova a convincermi che sarei più felice se vestissi Prada (e se fossi una donna, aggiungo). Un cartellone gigantesco mi dice che la mia vita sarebbe migliore se votassi tizio. Poi ci sono migliaia di altri messaggi più sottili, non pronunciati, affidati a suoni, colori, modelli comportamentali eccetera.

Oggi non vedo scrittori che si occupano di questo. Non vedo scrittori che si preoccupino di costruire testimonianze di una felicità possibile. Che parlino di felicità nella sua dimensione concreta (l’esperienza della felicità) o nella sua dimensione dinamica (la speranza) o nella suo dimensione costruttiva (ricerca della felicità). Molti presuppongono l’inesistenza della felicità, altri la identificano con l’ingenuità o l’ignoranza. Si concentrano sui modi (sul malcostume, sugli abusi, sui sistemi, sui luoghi) dimenticando dei “perché”. Cercano la comprensione dei fenomeni senza badare al fuoco che alimenta l’interesse per quei fenomeni: la speranza della felicità.

Il mio romanzo preferito, il romanzo della mia vita, è – a tutt’oggi – I fratelli Karamazov, (F. D) proprio perché mi ha messo sotto gli occhi (scendendo verticalmente nella mia psiche come solo la letteratura riesce a fare) Alioscia Karamzov, ovvero una testimonianza di felicità possibile. Ancora oggi, nei momenti di sconforto io penso a lui. Molti scrittori contemporanei hanno rinunciato a combattere su questo fronte, si sono concentrati sulla propria materia di turno dimenticandosi del perché a qualcuno dovrebbe interessare quella materia. Così hanno perso i propri lettori. Si sono concertati a raccontarci il loro punto di vista sulle cose e sugli uomini dimenticandosi di spiegarci perché dovrebbero interessarci quelle cose e quegli uomini. Di più: dimenticandosi di spiegarci perché dovrebbero interessarci le cose e gli uomini. Dimenticandosi che l’uomo da sempre tende alla felicità, presente e futura, e cerca esperienze che siano di arricchimento in questo percorso. Continue reading

Sul primo capitolo.

Allora, dopo l’incipit (che ho già modificato sulla base dei preziosi consigli) avete letto il primo capitolo di MALAFEDE . È un capitolo evidentemente introduttivo, introduttivo al quartiere e – cosa che mi importa di più – allo sguardo di Giordano. Un’amica di cui mi fido molto mi ha detto che dovrei : “…rendere la seduttività di Malafede più evidente…”. Qui vi chiedo. Giordano vi pare sinceramante sedotto da Malafede?  O sembra non crederci tanto neppure lui?

Un amico di cui mi fido molto, invece,  mi dice che ho messo solide basi per una narrazione lunga, ma che la lettura è un po’ faticosa. Voi? Fatto fatica?

Infine: ho qualche dubbio sul passaggio del jogging,  i giorni pari mi piace, i dispari no.

Capitolo 1. Mattina a Malafede.

Stanotte ho spogliato il mio cuscino. Ho sfilato la federa rosa, ho sbottonato quella bianca e ho cominciato a tastarlo.

Vittoria non si è accorta di nulla, ieri il viaggio di ritorno a Roma l’ha distrutta, abbiamo passato sette ore sulla A14 a zizzagare nel traffico. Stamattina ho rivestito il cuscino e sono uscito prestissimo, le auto sono ancora parcheggiate tutte al loro posto e le saracinesche abbassate. Sono appena le sette ma in giro ci sono già decine di persone che corrono avvolte in giacche impermeabili, annoto mentalmente di raccontare la cosa a Vittoria. Ce l’aveva detto la padrona di casa, la zona è ideale per il jogging, viene gente dai dintorni a correre qui. Gli architetti di Caltagirone l’hanno pensato bene il quartiere, senza concedere sfarzi ma con case non troppo alte, strade larghe quanto basta, posti auto quanto basta, verde e aree attrezzate per i bambini quanto basta. Malafede mantiene un certo decoro, dopo due anni assomiglia ancora all’animazione 3D in cui l’ho ammirato la prima volta. Sono proprio contento di aver convinto Vittoria a venire a vivere qui, è pieno di luce e di aria. L’arancione pallido degli edifici invecchia bene, il vicinato è riuscito ad organizzarsi in modo da rifornirsi di un’unica tonalità di tende da sole, un marrone un po’ smorto ma che pure invecchia bene. Solo il marmo di alcuni marciapiedi comincia a creparsi e il verde a sfoltirsi: in alcuni angoli bui il prato è scomparso e, perlopiù, gli alberelli sorretti da impalcature di asticelle non sembrano destinati a lunga vita. Non è rimasto molto da fare per migliorare il paesaggio del quartiere, ci vorrebbe giusto l’ombra di una manciata di alberi con qualche decennio in più sulla corteccia. Continue reading

Consigli di scrittura.

I compari di Punto A Capo quest’anno hanno fatto le cose sul serio. Non ricordo a Taranto una rassegna letteraria più bella di Penne a sonagli.  Uno degli ospiti è stato Marco Mancassola, che nel 2005 mi aveva graziosamente inviato i consigli si scrittura che riporto qui sotto. E’ una cosa che non ho dimenticato.

“impressioni: forse dovresti lavorare a dare più intensità al linguaggio, far sì che ogni frase abbia una storia, un mistero, qualcosa, anche un po’ di dolore, far sentire che ogni parola è lì perché necessaria, non hai solo usato il modo più scorrevole che ti è venuto in mente per descivere una cosa, ma hai cercato di più, hai cercato un secondo, un terzo, un quarto piano di scrittura/lettura, ti sei interrogato sulla musica di quella determinata parola, sulla sua capacità di stupire e di essere insieme scorrevole, sulla sua possibilità di richiamare metafore o assonanze, hai fatto seguire frasi molto concrete ad altre astratte, hai giocato con la punteggiatura, insomma: la profondità della lingua.
Ecco, il  tuo libro mi è sembrato un bello, efficace esordio. Ma siccome non mi sembra tu vada verso la ricerca di plot particolarmente cinematografici/televisivi, trame mirabolanti/di genere, ma tu intenda lavorare proprio sull’atmosfera, sul tasto emotivo, ecco, fossi in te approfondirei il lavoro sulla lingua. è solo un’opinione! Sicuramente del c.! Prendila con le pinze.In ogni caso complimenti ancora, per il libro e per il successo. Non è mica facile avere una seconda edizione. Vuol dire che fai bene a investire su questa cosa. Buon anno… ma”

LMVDM, di GIPI

Di Gipi, Gian Alfonso Pacinotti all’anagrafe, avevo già letto il pluripremiato “Appunti per una storia di guerra” e “Questa è la stanza” (entrambi Coconino Press) e tanto era bastato per farmelo considerare il migliore della nuova generazione di autori di fumetti italiani. Un tratto personalissimo (una vignetta di GIPI la riconoscerei a 10km di distanza), un’incredibile immediatezza comunicativa, una magica capacità di fare disegni “maleducati” ma pienamente appaganti sul piano estetico. Tutte grandi qualità che avevo già riconosciuto, ma nessuna scintilla. Nessun brivido.

Finché, allegato a “l’Internazionale”, è arrivato “LMVDM – La Mia Vita Disegnata Male”, e la scintilla è scoccata. LMVDM ha fatto strike nella mia testa e quando leggo una cosa che fa strike non mi do pace finché non capisco perché. Perché? Cosa aveva in più questo fumetto rispetto ai precedenti? La risposta, udite, è arrivata dalla TV.

Gipi, ospite su La7 alla puntata de “Le invasione barbariche” del 5 dicembre 2008, a un certo punto spiega così a Daria Bignardi perché ha smesso di fare satira politica su “Cuore”:

“ho scoperto che, comunque, uno che è stato un qualunquista, stupido e apolitico per tutta la vita non è che a un certo punto può svegliarsi e dire hei, adesso io so come deve essere il mondo!, perché non avevo un’idea di società giusta. Avevo un sentore di società ingiusta e contro quella mi accanivo, ma mi mancava l’idea contraria, l’idea di bene, non l’avevo. […] Ero solo un cinico… e allora ho smesso. Le cose che stavo facendo. Era facile. Facevo solo rabbia.” Continue reading

Mete.

Che un giorno si possano dire di MALAFEDE le cose che Antonio Spadaro dice qui:

«[…] sarebbe interessante se qualcuno si impegnasse a trovare tra le narrazioni d’oggi pagine in grado di comunicare uno sguardo ingenuo sulla realtà, da quella migliore e solare a quella più dura e tragica. […] Ecco cosa mi aspetto dalla nuova narrativa italiana, ecco ciò di cui sono alla ricerca: pagine libere dalla stanchezza del rancore e del fallimento necessario, dal torpore del sentimentalismo, dalla banalità del puro gioco delle forme; pagine che conoscono la perdizione del naufragio, ma anche la grazia della salvezza; pagine che sappiano guardare alla realtà così com’è, senza rimedi e senza l’airbag della militanza indignata o colta».

Rovelli

Ho pubblicato qui l’incipit di MALAFEDE. L’incipit mi convince abbastanza nella sostanza, non molto nella forma.

Ci sono due-tre frasi che non vanno come vorrei.

Vittoria sta sdraiata accanto a me, la testa sulle mie ginocchia e gli occhi su una foto che teniamo appesa al muro, mia madre a braccetto con una giovanissima Claudia Cardinale.

Questa sequenza di incidentali è un po’ stucchevole e forse affatica la lettura. Non vorrei spezzare il periodo ma l’ho rigirato 20 volte in modi che non mi convincono. Ad esempio, inizialmente avevo scritto:

Vittoria sta sdraiata su di me, la testa sulle mie gambe e gli occhi su una foto di mia madre a braccetto con una giovanissima Claudia Cardinale che teniamo appesa al muro.

Ho cambiato perché, alla lettera, scrivendo la frase in questo modo  quel “che” andrebbe riferito a Claudia Cardinale (ve la immaginate in carne e ossa inchiodata al muro?) e non alla foto.

Poi, la voce di Vittoria, vorrei renderla un pizzico più personale.

Infine quel “celeste” non mi convince. Forse dovrebbe diventare roseo o rosato o giallo.

Insomma: aiuto!

Emirati Arabi Uniti

Ieri sera, da Fazio, Walter Siti presentava il libro accanto sugli  EAU e ha detto un sacco di cose interessanti su quel posto, cose che – in un mio viaggio – avevo avuto modo di cogliere anch’io. Per MALAFEDE ho da tempo abbozzato un capitoletto ambientato proporio negli Emirati Arabi Uniti. Lo posto qui per metterlo agli atti.

 

Emirati Arabi Uniti

Un passo, un passo, un passo. I miei piedi continuano a mettersi uno davanti all’altro in attesa di un ordine contrario. All’expo-center di Sharjah l’industria italiana delle macchine utensili si mette in mostra, macchine che producono macchine che producono macchine, le mani sono state estromesse dalla storia dell’uomo. Cavalieri della patria vendono al mondo megarobot a traiettoria controllata, il segreto della deformazione dei metalli, pensieri digitali, volute meccaniche: c’è un universo parallelo di uomini veri che non si perdono in discussioni e balocchi, uomini che erigono il mondo in cui viviamo e lavorano per mantenerci in vita tutti, di fronte a loro mi sento piccolo quanto Dante di fronte alla armonie del paradiso. Mi allontano dall’expo-center verso una gigantesca costruzione che ho notato stamattina arrivando in taxi. L’edificio torreggia sull’intero orizzonte, ma le dimensioni delle cose sono così anarchiche qui che è difficile valutare ad occhio le distanze. Cammino costeggiando la spiaggia di un pezzo di mare perfettamente circolare, cammino su una striscia di prato inglese che corre tra due file di palme marziali. Col clima che c’è qui un lago d’acqua salata come questo dovrebbe prosciugarsi in pochi mesi, le precipitazioni annue stanno allo zero. L’unica cosa viva in vista fuori dagli abitacoli delle automobili è un passerotto che mi vola attorno alla testa, i passerotti hanno una scintillante crestina rossa sulla testa, qui.  Continue reading

Malafede: l’incipit (un prologo).

Mi osservo le nocche, l’inverno mi spacca le nocche in crocette sanguinolente. Mio padre sta conficcato nella poltrona in pelle nera di cui ha preso la forma, gli occhi puntati su Milan Channel. In rosso-nero ci sono adolescenti che corrono su erba ingiallita. Vittoria sta sdraiata accanto a me, la testa sulle mie ginocchia e gli occhi su una foto che teniamo appesa al muro, mia madre a braccetto con una giovanissima Claudia Cardinale. – Signor Cieli, – dice alla prima interruzione pubblicitaria – non se ne perde neanche una di partita lei.

– E cos’altro dovrei fare? – si affretta a rispondere papà senza pensarci su un attimo. Risucchia una guancia tra i molari, appoggia i palmi sui braccioli per mettersi in piedi, fa cinque passi lenti fino alla finestra. Un chiarore celeste gli illumina il mento, il sole sta per nascondersi dietro i tetti che ci impediscono la vista del mare. Guarda giù in strada per qualche secondo prima di ritornare a sedersi davanti al suo quarantaquattro pollici.

Mio padre non è felice, penso annusandomi le nocche. Il mio sangue odora di geranio. Io voglio che mio padre sia felice.

Al via.

Questo blog è lo specchio elettronico di Malafede, romanzo a cui mi sto dedicando da un paio d’anni. Ci metterò dentro appunti, deviazioni, abbozzi, SOS, fonti d’ispirazione e un po’ di altre cose, nella speranza che il blog diventi fonte di ispirazione esso stesso.

Il romanzo è ambientato nel 2007. È la stagione in cui le perturbazioni covate in decenni vissuti al sopra dei nostri mezzi si sono messe a soffiare assieme: sta per scatenarsi la tempesta perfetta.

Giordano si è trasferito a Roma da pochi mesi, nel nuovo quartiere edificato da Caltagirone dentro al fosso di Malafede. Un pomeriggio qualsiasi si accorge che suo padre non è felice e la cosa non gli va giù.

Così comincia la storia.

[La testata del blog è ritagliata da una foto di Paola Padula.]